VILLOCENTESI, STRUMENTO DIAGNOSTICO O SELEZIONATORE DI GENERE?

DI MARUSKA ALBERTAZZI
MARUSKA ALBERTAZZI
Oggi parlavo col mio ginecologo. Si parlava di amniocentesi, di villocentesi, dei motivi che spingono una donna a scegliere l’una o l’altra o nessuna. Ed ho scoperto un mondo che non conoscevo.
Cominciamo col dire, per chi non lo sapesse, che la villocentesi è l’unico strumento diagnostico invasivo che permette di avere una diagnosi precoce in caso di anomalie cromosomiche o genetiche, ereditarie e non, entro le 13 settimane. Entro le 13 settimane ogni donna, senza dover necessariamente spiegare le sue ragioni, può decidere di interrompere la gravidanza. Con l’amniocentesi, che si fa più tardi, intorno alla diciottesima, c’è ancora la possibilità di interrompere la gravidanza, ma attraverso un ben più traumatico aborto terapeutico, giustificato solo dallo stato di salute di donna o feto. C’è anche da dire che la villocentesi ha un tasso di abortività ancora superiore all’amnio – anche se non di molto – e il fatto che tale tasso sia riconducibile alla maggiore probabilità che una gravidanza si interrompa naturalmente nei primi tre mesi non è sufficiente a tranquillizzare tutte le pazienti. Vaglielo a spiegare, dice giustamente il ginecologo, che la gravidanza si sarebbe interrotta comunque, soprattutto se il feto è un feto sano. C’è poi quell’un percento di casi – una percentuale alta, per queste procedure – in cui i tessuti prelevati con la villo sono “contaminati” da quelli materni e quindi non utilizzabili, rendendo necessaria anche l’amnio.
Insomma, una scelta complicata.
Quello che però non immaginavo e che mi ha lasciata senza parole, è il mondo che ruota intorno a questi esami. A cominciare con la differenza nord/sud Italia, tanto per cominciare. La donna del nord, più pratica e decisionista, sceglie ormai quasi sempre la villocentesi. A fronte di una sola amniocentesi effettuata dal mio ginecologo in un centro milanese, nello stesso giorno ha eseguito ben venti villocentesi.
La situazione si ribalta a Roma dove si effettuano circa 7 villo ogni 30 amnio. “A Milano c’è il mito del figlio perfetto. Se non è perfetto, è più difficile che venga accettato”, mi ha detto un po’ malinconico, e davanti a me si è aperto uno scenario quasi surreale di genitori armati di provetta che vogliono scegliere il colore dei capelli e la predisposizione al violoncello.
Magari esagera un po’, magari si tratta più di quel bisogno di controllo che certo caratterizza maggiormente e da sempre, a livello antropologico, i popoli del nord rispetto a quelli del sud, dove invece la componente “magica” ha ancora una sua importanza.
Ma quello che mi ha lasciata ancora più senza parole è stato scoprire che il tasso di villocentesi, qui a Roma è altissimo tra le donne di etnia cinese. “Così possono sapere subito il sesso e, se è femmina, possono abortire”. Pare che la ragione sia da ricercare nella loro tradizione per cui, in Cina, con la politica del figlio unico, è stato possibile avere, per anni e anni, un solo figlio. E quel figlio doveva essere maschio. Non per il lavoro dei campi, come possiamo credere noi. Ma perché è il figlio maschio che, in tarda età, si occupa della madre, mentre la femmina si prende cura della suocera. Lo fanno per non restare sole, mi dice. Ma qui in Italia non c’è la politica del figlio unico, qui possono fare come gli pare. E invece la tradizione resiste e sono ancora tante le donne che, scoprendo di aspettare una femmina, decidono di abortire.
Un fenomeno così importante, che riguardava soprattutto persone con evidenti difficoltà economiche, disposte a sborsare 1000 euro per una diagnosi precoce, che lo ha portato a cominciare a rifiutare l’esame. “Mi sentivo complice di un genocidio”. E non stento a crederlo, perché se è vero che l’aborto è un sacrosanto diritto, quello fatto perché il sesso non è quello desiderato ha tutto il sapore di un crimine.