IL BOSS E’ MORTO, MA LA MAFIA E’ SEMPRE PIÙ FORTE


DI LUCA SOLDI
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La morte, la triste fine, la solitudine del vecchio boss Provenzano non fanno altro che evidenziare quanto la mafie, in questi ultimi anni, abbiano cercato e trovato alternative al vecchio modo di agire. Per vivere e prosperare meglio. Niente morti eccellenti, niente stragi. Sotto traccia, la maggiore industria del Paese, presenta un “fatturato” complessivo di 130 miliardi di euro e un utile che sfiora i 70 miliardi, al netto degli investimenti e degli accantonamenti. Un bilancio che non permette agli “amministratori” passi falsi, scatti d’ira, reazioni d’impulso.
Si perché silenzio paga più dell’omicidio, il terrore diffuso, ma pacificato, rende più dell’attentato dinamitardo. E così i Riina, i Provenzano, le decisioni della vecchia cupola, rimangono negli annali della storia del Paese. Le riunioni nei vecchi casali semi-diroccati non sono più praticate. Adesso sono i colletti bianchi a far funzionare l’apparato, mentre i nuovi vertici, sono equamente distribuiti su tutto il territorio nazionale.
L’unico che sembra essere l’eccezione e’ quel Matteo Messina Denaro che pare più un’entità che l’ultimo grande capo.
La manifestazione di questa nuova capillarità e’ il passaggio dalle tasche degli imprenditori a quelle dei mafiosi di qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160 mila euro al minuto. Cifre da capogiro che troviamo evidenziate nel rapporto di SOS Impresa-Confesercenti “Le mani della criminalità sulle imprese”. Soprattutto a crescere il settore dell’usura, che colpisce circa 180 mila commercianti. Crescono in modo esponenziale gli interessi nel mondo della contraffazione, dell’abusivismo. Ma oggi e’ soprattutto dalla galassia di interessi che gira attorno alle scommesse, al gioco d’azzardo che arrivano sempre nuovi e freschi contributi al prosperare delle mafie. I tentacoli però non tralasciato le antiche “attività”. Oggi, anche senza Provenzano o Riina, gli interessi mafiosi continuano a controllare importanti segmenti di mercato, dalla macellazione ai mercati ittici, dalla ristorazione ai forni abusivi e panifici illegali, dal settore turistico ai locali notturni, fino al “racket del caro estinto”, che colpisce il settore dei funerali. Capi e capetti, si spartiscono, città, quartieri, i settori di competenza in una sorta di “pax”, mal sopportata da qualcuno ma decisamente accettata dai più.
E gli appalti, i grandi e piccoli appalti, con la ferruginosa macchina, solo apparente, della certificazione anti-mafia, vengono pervasi dalle varie piovre sempre ben attente a nascondersi dietro il labirinto di concessioni e sub appalti. Mentre le “relazioni” con la politica si fanno intense in un clima di soffusa connivenza.
Non solo oggi prospera una doppia morale, una sorta di “collusione partecipata”, o meglio a fasi alterne che evidenzia possibili intrecci mafia e segmenti anche della grande distribuzione. Leggiamo nel rapporto: “Vogliamo evidenziare il diffondersi, tra alcuni imprenditori, di una doppia morale, per la quale ci si mostra ligi alle regole dello Stato e del mercato quando si opera al centro-nord Italia, e con molto disinvoltura ci si adegua alle regole mafiose se si hanno interessi nel sud Italia. Un comportamento censurabile che rappresenta un riconoscimento della sovranità territoriale alle organizzazioni mafiose, a danno dei principi di leale concorrenza e di liberta’ di impresa”.
Nuove opportunità che permettono a questa mafia, alla ‘ndrangheta, di non dimenticare il controllo degli storici traffici illegali trafficano in droga, esseri umani, armi e rifiuti, nonché nel racket delle estorsioni e, in parte, nell’usura. Un flusso continuo di denaro che arriva, si aggiunge, si moltiplica ed insieme si mischia ed infine si ripulisce. E così, anche senza i grandi boss, Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita, controllano il paese.
Non hanno più bisogno di padri e padrini, sanno bene come muoversi.