“PRONTO, PREFETTURA? HO UNA CASA PER MIGRANTI”. “GRAZIE, BENVENUTA”

DI BARBARA PAVAROTTI
BARBARA PAVAROTTI
Cittadino: “Pronto, prefettura? Ho una casa che non uso e che vorrei mettere a disposizione dell’accoglienza migranti. Che devo fare?”
Prefettura: “Le passo subito l’ufficio stranieri”.
Ufficio stranieri: “Certo, ma deve prima prendere contatti con una cooperativa, senza non possiamo operare”.
Cittadino: “Io non le conosco, voi potete aiutarmi nella scelta dandomi dei nomi affidabili?”.
Ufficio stranieri: “Sì, tutte quelle che entrano nelle nostre graduatorie, si può orientare sul sito. Comunque, se vuole, intanto, può mandarci una mail con foto e descrizione della casa”.
Ecco fatto. Mai vista tanta sollecitudine in prefettura. Chiama un cittadino offrendo la propria casa per i migranti e l’ufficio stranieri risponde immediatamente. Chiama un cronista per avere informazioni o per segnalare disservizi nell’accoglienza ai migranti e l’ufficio stranieri è sempre irreperibile, fuori stanza, in ferie, in pausa pranzo anche alle 15,30, in riunione. Che si deduce da questo? Che è molto più importante chi offre un alloggio di chi segnala disfunzioni o anomalie e chiede una risposta o un intervento di controllo.
L’attività di trovar casa a stranieri sembra ormai essere diventata il principale impegno delle prefetture. Nel sito ufficiale della prefettura di Lucca è la prima notizia. Non lo è per quelle di Roma e Milano, dove c’è solo un link a sinistra con la voce “immigrati”. Ma queste sono prefetture grosse con tante rogne da gestire. In Toscana le prefetture sono 10: oltre a Lucca, le gare per i migranti sono l’apertura del sito ufficiale a Prato, Livorno, Massa Carrara, Pistoia. Siena e Firenze hanno un banner scorrevole con varie notizie di pubblico interesse fra cui i migranti. A Pisa il bando di gara per gli stranieri è al quarto posto. Grosseto apre con la banca dati nazionale antimafia mentre Arezzo è ferma, come prima notizia, all’affluenza e ai risultati dei ballottaggi del 19 giugno.
Poi c’è un altro elemento che contribuisce a indispettire chiunque abbia a che fare per lavoro con lo stato e con gli enti pubblici. Lo stato sempre insolvente, lo stato debitore che non paga mai, che risarcisce i crediti d’imposta con tempi biblici, nei pagamenti per l’accoglienza ai migranti non sgarra. O sgarra raramente. Paga il dovuto alle cooperative al massimo entro 60 giorni e il sistema, così, fila liscio. Incredibile a dirsi, sono gli unici soggetti che in Italia riescono a ottenere il dovuto puntualmente. Alla faccia delle imprese che invece vengono sbattute sul lastrico per aver fornito servizi e realizzato opere pubbliche senza ricevere soldi da anni. Insomma, finché i soldi arrivano, via libera in coop e società varie a bontà e dedizione alla nobile causa. Quando cominceranno a scarseggiare, fioccheranno le proteste. Come è già successo in Veneto dove alcuni albergatori hanno minacciato di mettere i migranti in mezzo alla strada.
Ma ora è bene non preoccuparsi: l’accoglienza sembra essere uno dei pochi settori economici floridi e in ascesa. Settore basato su un giro di denaro fasullo, non frutto di una qualche attività produttiva, ma di un welfare assistenziale che si regge grazie al denaro che arriva dalle tasse dei contribuenti. E’ una partita di giro: le tasse dei cittadini vanno ad alimentare un sistema assistenziale che a sua volta produce benefici assolutamente temporanei, posti di lavoro e guadagni per gli operatori del settore. La Svezia, recentemente, ha detto basta. E’ il paese europeo col maggior numero di richiedenti asilo rispetto alla popolazione: 163.000 su 10 milioni di abitanti. Nel 2015 sono costati 7 miliardi, il 4 per cento delle entrate derivanti dalle tasse dei cittadini. Così il ministro del lavoro socialdemocratico ha chiesto di espellerne la metà, tutti quelli la cui domanda è stata respinta. Il motivo? Il ministro è stato netto: non si può continuare a far vivere all’interno di un’economia parallela chi non ha lavoro.
Ma anche le espulsioni non sono facili. Un conto è intimare di lasciare il paese, cosa che non porta a nulla perché nessuno se ne va di propria iniziativa. Un conto i rimpatri forzati. E per questi occorrono accordi coi paesi di provenienza, ovvero trattati in base ai quali gli stati di origine si impegnano a riaccogliere i propri cittadini. Con paesi come Senegal, Gambia, Costa d’Avorio l’Italia non ha nessun accordo di riammissione.
E quindi si continua: “Pronto, prefettura? Ho una casa per migranti”. “Prego, lei è la benvenuta”.