I PANNI SPORCHI SI LAVANO SUI SOCIAL

DI MARCO GIACOSA
MARCO GIACOSA
Un tempo c’erano i tg nazionali, i tg regionali, il quotidiano nazionale, il giornale locale. Se moriva uno a Roseto degli Abruzzi, qui a Torino nessuno lo sapeva.
Oggi con Facebook molti contatti condividono articoli di giornali che riportano la notizia di un decesso che ha suscitato profondo cordoglio nella comunità locale. O anche senza cordoglio, comunicano una morte che fa notizia soltanto in una comunità locale, di cui ha però notizia la comunità globale.
Quando muore uno famoso, poi, grazie al meccanismo-Facebook scatta una gara per il ricordo di ciascuno di noi del morto, e l’effetto è un propagarsi più che proporzionale della portanza della notizia.
Il risultato mi sembra questo: una percezione di frequenze e causa di morte ben diverse da quanto accadeva prima di questa nostra seconda vita qui. Ad esempio, molti sono convinti si muoia di più, negli ultimi anni; o muoiano più personaggi famosi, negli ultimi anni, quando invece è soltanto maggiore l’enfasi, dovuta perlopiù alla cristallizzazione delle parole (che non volano via al bancone del bar).
Quanto impatta, quant’è grande l’effetto distorsivo, anche quando parliamo di morte, di Facebook? Se le parole su Facebook anziché invecchiare in 24 ore, per un meccanismo tecnico invecchiassero dopo 6 ore? O dopo 10 minuti? O dopo 48 ore?