BERNABEI, IL DEMOCRISTIANO CHE RESE GRANDE LA TV ITALIANA

DI GIANCARLO GOVERNI
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Per capire l’opera di Ettore Bernabei bisogna sapere che cosa era la televisione prima del suo arrivo. Il telegiornale non esisteva, era una specie di gazzetta ufficiale, dove le notizie che venivano date per prime erano quelle riguardanti il presidente della Repubblica e giù scendendo in ordine di importanza. Per cui poteva capitare che si aprisse con la notizia che il presidente aveva ricevuto pinco pallino (senza peraltro rivelare il motivo della visita) e subito dopo dare notizia di un terremoto disastroso in qualche parte del pianeta. I programmi erano diretti da Sergio Pugliese, un oscuro commediografo caduto nel dimenticatoio, che aveva organizzato un palinsesto per ricchi signori che poi erano i possessori dei primi televisori costosissimi. Mike Bongiorno e il suo Lascia o raddoppia avevano fatto scoppiare il fenomeno televisivo inaspettatamente, per cui gli italiani avevano scoperto questo timido mezzo ed era iniziata la corsa al suo acquisto.
Bernabeivienemesso a capo della Rai da AmintoreFanfani, l’unico politico che ne avessecapitol’importanza, nel 1961 e fu subitorivoluzione. ChiamòEnzoBiagi a dirigere il telegiornale, il quale raccolse tutti igiovani più braviintorno a un rotocalcotelevisivo che si chiamava Rt e poi Tv7 dove si iniziò il giornalismovero di inchiesta. Alcuniservizi come ‘Mafia a Corleone’ di Gianni Bisiachvengonoancoraoggiriproposti a distanza di oltre 50 anni. Anche il notiziarioruppelo schema assurdo in cuiloavevanorelegato e divenne un veronotiziariotelevisivovicino ai più famositelegiornalieuropei.
La rivoluzione di Biagi, Bernabei provò a riproporla nello spettacolo, con Dario Fo che aveva iniziato una collaborazione con il neonato secondo canale che non vedeva nessuno perché la maggior parte dei televisori erano monocanale. Gli affidò Canzonissima, lo spettacolo più popolare ma non resse la botta perché Canzonissima lo vedevano tutti, anche i politici e il Vaticano, i quali non sopportavano la satira di Fo, che fu licenziato alla terza puntata quando lessero il testo di uno sketch sugli incidenti nel mondo delle costruzioni, dove i lavoratori si buttavano dalle impalcature per fare dispetto al padrone. L’incidente Fo non fermò la riforma bernabeiana perché dette vita ai grandi spettacoli di Falqui, con Mina, le Kessler e la partecipazione dei più grandi protagonisti dello spettacolo italiano. Programmi che sono entrati nella storia della televisione e sono arrivati fino a noi.
Bernabei aveva capito di avere in mano un formidabile mezzo di educazione di un popolo che non aveva una lingua comune, che in gran parte era analfabeta e quelli che erano andati a scuola spesso erano analfabeti di ritorno.
Dopo i 13 anni di Bernabei la televisione era diventata adulta e l’Italia era profondamente cresciuta dal punto di vista economico e dal punto di vista culturale anche grazie alle grandi inchieste ma soprattutto agli sceneggiati che avevano fatto conoscere la grande letteratura italiana e europea.
Dal punto di vista politico le aperture parziali di Bernabei non erano sufficienti a rispondere ai profondi cambiamenti degli inquieti anni Settanta. Bernabei lasciò nel 1974 anche per permettere la grande riforma di due anni dopo, lasciando una televisione solida, altamente professionale in grado di rispondere e tutte le sfide, a cominciare dalla rottura del monopolio e della concorrenza della televisione commerciale.
Se la televisione italiana è stata grande, e continua ad esserlo, lo si deve in grande parte a Ettore Bernabei.
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