BURKINI IL TORMENTONE DELL’ESTATE

DI GIULIA RODANO

GIULIA RODANO
Sono in vacanza in un piccolo paese di montagna. Ci sono anche delle famiglie che vestono in modo particolare. Gli uomini hanno lunghi riccioli sul volto, indossano la Kippà. Le donne non portano pantaloni, comunissimi – lunghi e corti – in montagna, ma solo gonne sotto il ginocchio e camicie e magliette con le maniche lunghe. Credo che siano di una particolare comunità del mondo ebraico. Sono espressione di una concezione sessuofobica del corpo femminile, sono espressione di simboli religiosi manifestati come espressioni di identità? Probabilmente si. Ma nessuno qui pensa a proibirli e neppure a criticarli. E, d’altra parte, chi siamo noi, chi sono io, per valutare il grado di libertà e di autonomia di quelle donne? Mi ha sempre dato fastidio quando giudicavano i miei vestiti o i miei comportamenti personali di donna più o meno consoni a una “giusta concezione e interiorizzazione della libertà femminile”. L’ho sempre considerata una intrusione inaccettabile. E non credo che si possa portare la libertà femminile con le leggi e le imposizioni, magari anche con la guerra. Credo invece sia una conquista, una battaglia che ogni donna e ogni generazione combatte ogni giorno e sulla quale produce le proprie mediazioni, proprio come penso sia il famigerato burkini, forse inventato proprio per sfuggire alla segregazione e andare in spiaggia come tutte.