NADIA STANCIOFF: “VI RACCONTO LA MIA AMICIZIA CON MARIA CALLAS”

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DI CRISTIANA PANEBIANCO

“Poteva essere molto dolce. Sapeva esserlo ma aveva così paura di esprimersi. L’ha avuta tutta la vita quella paura, paura di sé, paura delle persone, paura dell’amore e poi scriveva, scriveva di continuo lamentandosi perchè io, invece, lo facevo meno.”

Così inizia il racconto di Nadejda Romana Stancioff, classe 1934, occhi azzurri e capelli biondi, dall’eleganza e dalla forza indifferenti al tempo, la “Nadiona” come la chiamava Fellini: è il racconto della sua amicizia con Maria Callas, si, proprio lei: il mito.

E’ il 1961 quando Nadia arriva in Italia dalla Bulgaria appena ventottenne, è la sesta figlia di una “tribù numerosa che mi ha insegnato la leggerezza e la maniera di passare sopra al dolore: il senso di appartenenza a qualcosa.”

L’incontriamo nel suo appartamento, una casa dai colori caldi, il beige e il rosso come i suoi vestiti quando ci accoglie. I libri, tanti, d’epoca come quelli del nonno Dimitri e le foto sparse insieme ad una pietra, sulla scrivania, il ricordo di “una serata speciale in riva la mare”.

“Ieri, qui, al baretto difronte ho incontrato un ventenne e gli ho chiesto se conosceva la Callas. Mi ha risposto di no. In verità anch’io alla sua età non la conoscevo, ma io non avevo i soldi e i mezzi per seguire il mondo. Questo mondo che è cambiato così tanto. Ho guadagnato i primi soldi a Spoleto, al Festival: si lavorava come pazzi, tutto il giorno e alla sera riempivamo la piazza, tutti insieme mischiati con gli scultori più importanti del mondo.”

Nadia è una donna suggestiva, “scombussolata e fortunata,” suo padre era un diplomatico e non voleva che lei facesse l’attrice ma gli eventi della vita e della guerra si attorcigliano e il suo destino sarà segnato, comunque, dal palcoscenico. La speranza (questo il significato del suo nome in bulgaro) sarà proprio la Callas a riportarla nella sua vita.

“Ho incontrato Rossellini in piazza di Spagna, a Roma, un giorno d’estate del 1969. Stava mettendo su un film in Turchia, la Medea di Pasolini insieme a Maria Callas. Mi chiede di seguirlo ma ero combattuta. Volevo conoscere quel paese e fare una nuova esperienza ma la Callas no, ecco, non volevo fare la segretaria, non era il mio mestiere.”

L’incontro, il primo, tra Maria e Nadia, non è proprio facile: “non mi piace molto lavorare con le donne e sono una pessima segreteria, credo che Roberto le abbia detto qualcosa di non proprio preciso, io non sarò mai la sua segretaria. Lei, lo ricordo come se fosse ieri, si mise al telefono con Rossellini. Era furibonda. Alla fine della telefonata mi guardò e mi disse: posso darle del tu e chiamarla Nadia? Facciamo così, provi a stare con me un po’ giusto il tempo per aiutarmi a trovare una segretaria e magari, nel frattempo, si può occupare della stampa internazionale.”

Non si sono più lasciate.

Nadia diventa l’ufficio stampa, l’assistente e la controfigura di Maria Callas e le loro vite s’intrecceranno per sempre in quel patto solenne e importante che solo le donne intelligenti e forti possono permettersi senza rivalità. “Sai cosa penso? In fondo non mi serve una segretaria, mi serve un’amica.”

“Maria era timida, impacciata, molto innocente nonostante il suo aspetto imponente e il suo enorme carisma. La gente pensava chissà quale forza avesse. Invece no, ma aveva tutta la Grecia dentro insieme al tormento lasciato dal ricordo di un’infanzia senza suo padre e poi si, stava sempre con la forchetta nel mio piatto! Adorava mangiare, specie i dolci, come tutte le donne semplici, sincere e passionali. La ricordo ancora mentre nuotava nelle acque di Tragonissi. Era l’estate del 1970.

Lei e il suo cagnolino sempre aggrappato alla sua schiena. Non aveva molte difese: solo in scena diventava la Callas e lì nessuno poteva distruggerla. Una sera abbiamo pianto tutti dopo la sua Norma: quando cantava faceva tremare il mondo, ti rubava l’emozione che provavi e la frantumava. Fuori dalla scena era una preda in balìa degli eventi.”

Amò moltissimo la Callas ma quasi sempre fu tradita, usata e abbandonata.

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“Onassis era un uomo dal forte magnetismo, animalesco e di grande vitalità e si, lo amò di più e più di quanto si pensasse o si capisse.
Cupa? No, cupa no. Travagliata perchè gli eventi della sua vita non sono stati allegri ma credeva nel prossimo e si preoccupava per me, per i miei amori. Noi avevamo il problema che non potevamo amare. Era proibito, in un certo modo. Se t’innamoravi di un uomo sposato, ragazza mia, c’era poco da fare. Ma sentivamo il bisogno di legalizzare, di essere normali.
Tu meriti un uomo che si prenda cura di te: così mi diceva sempre.
Io, come lei, non ci sono riuscita, poi, ma chissà: ho ancora voglia d’innamorarmi.
Ci siamo fatte forza e compagnia. Lei mi ha voluto bene perchè io ero la sua amica e non credevo alla favola del suo caratteraccio. Era solo timida e forte: ci vogliono uomini e donne capaci accanto a queste donne. Io ero capace. Abbiamo condiviso un fase bellissima delle nostre vite, abbiamo pettegolato come due donne normali davanti al caffè: Maria era affascinata dai racconti amorosi della gente, dalle storie normali. Mi diceva che con me si sentiva tranquilla perchè sapeva che non volevo nulla da lei e che non l’avrei mai tradita. Io amavo portarla con me tra i miei amici non pomposi nei pic-nic al mare e in montagna. S’irrigidiva, talvolta, con gli altri: aveva questa voglia di esclusività in tutti i suoi rapporti credo perchè temesse di perderli. Non mischiava mai i suoi amici, diceva che preferiva i compartimenti stagni. Ci siamo sempre capite e non abbiamo mai avuto problemi tra di noi. Ho ammirato la sua bravura. Mi manca.
Io sono sempre stata una donna forte. I momenti difficili li ho affrontati da sola. Ho cercato di essere vicina alle persone senza ossessioni. Non ho mai barattato l’amore in cambio di un po’ di sicurezza. In questo eravamo simili, io e lei.

Se ho paura della morte? Non so cosa pensare, in verità. Diciamo che Dio ancora non mi ha tenuta per mano per spiegarmi un po’ di cose.”

Maria Callas è morta a Parigi nel 1977. Nadia Stancioff sarebbe dovuta partire due giorni dopo per raggiungerla. Quel biglietto rimase lì. Non partii.

“Ci sarebbe stata troppo ipocrisia al suo funerale. Ho preferito chiedere di celebrare una messa in una chiesa ortodossa nei pressi di via Veneto. Vorrei una cosa viva e allegra, cantata, dissi al prete.”

Oggi Nadia vive a Roma e tra le stradine del centro storico, insieme ai libri, alle foto e alla musica conduce, forse, un’esistenza normale.

20 FEBBRAIO 2015