SORPRESA: PER OTTENERE L’ ASSEGNO DI INCLUSIONE BISOGNA ESSERE POVERISSIMI

EMILIA URSO ANFUSO

Immagino le grida di giubilo di molti, convinti che – finalmente! – la politica ha deciso di pensare davvero agli italiani e ai loro bisogni. Però, senza voler per forza smontare l’entusiasmo di chi non si è preso la briga di valutare a fondo i criteri di questa misura economica, sarà bene conoscerla più da vicino.

Innanzitutto: per ottenere il cosiddetto “Reddito di inclusione” bisogna proprio esser poveri, tanto poveri. E’ infatti necessario dimostrare di avere un ISEE – Indicatore della Situazione Economica Effettiva – non superiore ai 6.000 euro per nucleo familiare. Inoltre, a parte la prima casa che non viene calcolata nei conteggi patrimoniali, è necessario dimostrare di non essere in possesso di patrimoni immobiliari che superino il valore di 20.000 euro e, a seconda del numero dei componenti della famiglia, di non possedere patrimoni mobiliari che superino dai 6.000 ai 10.000 euro.

Fin qui, i criteri economici per rientrare tra coloro che beneficeranno dell’agevolazione.

Ma attenzione: ecco che arriva la truffa. Innanzitutto, gli importi che verranno assegnati alle famiglie aventi diritto, saranno variabili da 185 a un massimo di 485 euro, e in ogni caso, la durata massima dell’agevolazione economica non supererà i 18 mesi. Non è quindi un sostegno che verrà versato per periodi di tempo maggiore.

Inoltre, nella prima fase gli importi verranno erogati unicamente a famiglie che abbiano in casa: o una donna in stato di gravidanza, o bambini o disabili. Quindi, dal primo gennaio 2018, non tutti gli aventi diritto otterranno l’assegno di inclusione.

Ma c’è di più: tali importi, che verranno erogati attraverso la cosiddetta “Carta Rei”, una vera e propria carta di credito prepagata, su cui verranno versate le somme, non saranno utilizzabili totalmente come denaro. Ciò perché è stato previsto che i beneficiari potranno al massimo prelevare il 50% dell’importo riconosciuto – nel caso dei 185 euro è pari a “ben” 92,5 euro, mentre il resto dell’importo dovrà essere utilizzato solo presso determinati negozi per – ad esempio – effettuare la spesa alimentare, o per pagare le bollette.

Non è finita ancora: il decreto appena varato, prevede anche che coloro che rientreranno nelle circa 600.000 famiglie valutate come “in stato di povertà” dal governo, si rendano disponibili a un programma di inserimento al lavoro.

“Bene”! direte voi. Male, dico io. Si, perché dobbiamo ancora capire cosa significhi “programma di inserimento al lavoro” e non vorrei fosse del tutto simile al terribile sistema tedesco, avviato da qualche anno in Germania con le riforme Hartz e che prevedono che, coloro cui è stato assegnato il reddito di cittadinanza, si rendano disponibili a entrare nel sistema lavorativo previsto, che però non è un vero progetto di reinserimento al lavoro, bensì una sorta di sfruttamento delle risorse umane, ma istituzionalizzato.

In Germania funziona così: percepisci il reddito di cittadinanza – circa 600 euro al mese  – ma per ottenerlo, devi impegnarti a entrare nel “progetto di inserimento lavorativo” che ti propone di dover accettare indiscutibilmente, qualsiasi tipo di lavoro, anche pulire cessi, a tempo ultra determinato, visto che si tratta di lavori che spesso durano uno o due giorni, e nel caso in cui non accetti di svolgere una delle mansioni che ti vengono proposte, esci non solo dal programma di inserimento lavorativo, ma perdi pure l’assegno di cittadinanza.

Meraviglioso, vero?

Qualcuno penserà: “Meglio di niente, no”? E posso pure capirlo. Esistono situazioni nel nostro paese, al limite dell’ultimo stadio di povertà. Ma se riflettiamo bene, questo decreto non appare essere esattamente una soluzione per i poveri, e nemmeno un buon programma di inserimento lavorativo.

Sembra piuttosto un buon programma di propaganda politica, in vista delle prossime elezioni, e un metodo per tastare concretamente il livello di accettazione, da parte dei cittadini, di compromessi sempre più al ribasso in relazione alla dignità umana.

Poi, se qualcuno ritiene che questo sia il modo per occuparsi delle esigenze dei cittadini in crisi, padronissimo: potrà anche usufruire di un bello sconto del 5% (…) presso le farmacie e o negozi convenzionati. Invece di rendere gratuiti i farmaci per i poveri, gli fanno lo sconto. Sembra la replica, riveduta e corretta delle social card, le ricordate? Ormai, i governi invece di pensare davvero a come gestire l’economia dedicata alla popolazione e a come risolvere sul serio le esigenze dei cittadini, distribuiscono bonus a tempo. E incastrano la gente dentro gabbie da cui non potranno uscire mai più. Geni…

Emilia Urso Anfuso