MAI PIU’ GUERRE. MA ERAVAMO DUE INGENUI

DI LUCIO GIORDANO

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Penso spesso a Johaim. Ci penso tutte le volte che scoppia una nuova guerra di liberazione da non si sa quale nemico o quando America, Russia, Cina  mostrano i muscoli  facendo un passetto in avanti verso un nuovo, distruttivo  conflitto mondiale. Oppure  quando mi capita di leggere le analisi di politologi più o meno affermati, più o meno onesti, che prevedono da qui a vent’anni lo scoppio della terza guerra mondiale. Ci ho pensato anche stanotte, dopo aver augurato al senatore Lionello Bertoldi, buon compleanno.

Chissà  se è ancora  vivo, Johaim. Chissà.   Lo conobbi poco meno di 8 anni fa, il 9 febbraio del 2009, e già all’epoca aveva quasi raggiunto la settantina. Alto, robusto, impacciato. Dolce. Me lo ricordo così, quell’unica volta che lo incontrai  a Bergisch Gladbach, una cittadina a trenta chilometri da Colonia, nella Renania settentrionale: cento diecimila abitanti stipati in casette tutte uguali, a due piani, con giardino e garage. Un puntino nella cartina geografica, famoso per aver dato i natali alla modella Heidi Klum. Questo e poco altro. La gente va e viene da Colonia in giornata, per lavoro, come per tanti anni ha fatto anche Johaim, prima di andare in pensione.

Di lui si parlò per diversi giorni, sui quotidiani italiani. Era il misterioso signore che, accompagnato dalla moglie, era arrivato a Bolzano e aveva iniziato a bussare alle porte di Via Resia: la  vicina parrocchia, le abitazioni private, il bar della zona. Voleva chiedere scusa agli italiani, agli italiani tutti, per i crimini commessi dal padre, ufficiale delle SS, assegnato al campo di concentramento altoatesino  di Via Resia, attivo dall’estate del 1944 alla fine della guerra. Da lì, partivano i treni per Mauthausen, Flossenbürg, Dachau, Ravensbrück, Auschwitz.

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Via Resia oggi

Molti dei 9 mila internati, partirono e non tornarono più. C’erano Rom, ebrei, oppositori politici. Migliaia di italiani strappati alla vita in nome di un odio folle, incomprensibile. Johaim si sentiva in colpa per tutti loro e per un padre che aveva nascosto la verità anche a lui. A suo figlio. Solo in  punto di morte,  gli aveva infatti rivelato di aver fatto parte delle SS. Gli aveva raccontato di Bolzano e di cosa avveniva lì dentro. Johaim era rimasto sconvolto: aveva conosciuto un padre capace di condurre un’esistenza normale, borghese, dopo la guerra. E invece era stato tra gli aguzzini di quel campo di concentramento. Poco chiaro come fosse riuscito a sfuggire ai processi, ma quando glielo chiesi, anche Joahim non seppe darmi risposta. Forse era solo un giovane  ufficiale che eseguiva gli ordini, o era stato molto scaltro a occultare le prove. O forse anche in quel caso il Padre  era riuscito a nascondere la verità al figlio.

All’epoca lavoravo per Rai Uno. Quando uno degli autori de La Vita in diretta,    mi fece vedere il ritaglio de La Stampa in cui si parlava del signore Misterioso, mi chiese se si potesse fare un servizio. Era la mattina del 10 dicembre 2008, lo ricordo ancora. Telefonai a qualche collega di Bolzano, ad amici del posto, niente. Vado ugualmente, in qualche modo faremo, dissi. Arrivai il giorno dopo, che nevicava fitto, la troupe mi venne a prendere all’aeroporto di Bolzano e subito ci dirigemmo in Via Resia. Lì oggi hanno costruito case popolari e solo il muro di cinta, intatto, ricorda quel triste passato.

Provai ad intervistare la gente del posto, il parroco, chiunque potesse darmi  informazioni. Disseminai il mio numero di telefono per il quartiere. Feci riprendere i binari da dove partivano i treni per Dachau. Materiale scarsino. E intanto continuava a nevicare. Torna, non se ne fa niente, mi disse l’autore che solo il giorno prima si era gasato all’idea di un servizio sul’uomo  misterioso. No, aspetta, gli risposi. Voglio fare un ultimo tentativo. Nel pomeriggio andai all’Anpi di Bolzano e chiesi di parlare con un responsabile. Mi presentarono Lionello Bertoldi. Tipo burbero, diffidente. Chiuso come un riccio. Lo tempestai di domandi, si aprì il giusto per consentirmi un misero servizio di tre minuti. Ci avevo messo il cuore per riuscire a raccontare quella storia che mi aveva strappato qualche lacrima in redazione, dopo averla letta. Al montaggio, quel cuore,  ero stato costretto a congelarlo con immagini di repertorio, qualche vox populi e l’intervista a Bertoldi.

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Nel campo di concentramento di Bolzano

Sembrava finita lì e invece Lionello, diffidente ma generoso, quasi un mese dopo   mi scrisse una mail:

Rispondo ad un figlio angosciato

Da:

Sen. Lionello Bertoldi (lionello.bertoldi@alice.it)

09 gen 2009 – 20:54

A:

“Lucio Rai Giordano”<giordanolucio@libero.it>

:

Come già inteso , trasmetto per posta la documentazione raccolta all’interessato. Lo stesso provvederà , se lo riterrà opportuno , comunicare direttamente .

Si, Bertoldi aveva fatto indagini personali,  ed  era arrivato a scoprire il nome dell’uomo misterioso. Che aveva chiesto di mantenere l’anonimato e non era disposto a rilasciare interviste. No, non volevo arrendermi, volevo conoscere Johaim. Per me rappresentava già un simbolo: di pace, di giustizia, di dolore, di richiesta di perdono. Ero convinto che attraverso la sua testimonianza si sarebbe potuto dare un messaggio di speranza a tutti gli uomini di buona volontà. Dopo 40 anni di pace i primi spifferi di turbolenza planetaria stavano per presentarsi al mondo: la guerra in Iraq, le torri gemelle, il crollo della borsa del 2008, gli scatoloni dei dipendenti della Lehmann Brothers. Il benessere stava finendo. E anche la pace. Ma ancora non lo sapevamo. Non potevamo saperlo,  anche se potevamo già intuirlo.

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 Nella foto: Bergisch Gladbach

Tempestai Bertoldi di telefonate, di mail. Mi lasciava sulle spine senza un sì e senza un no. Il 23 gennaio 2009 la mail decisiva.

Per una corretta informazione

ANPI di Bolzano ha rimesso in data 15 gennaio , con lettera al figlio , le informazioni – poche – che sono state raccolte

circa l’attività del padre SS in servizio anche a Bolzano.

Oggi  23 gennaio ,assistito da un traduttore, ho telefonato al figlio in Germania.

L’interessato autorizza a proseguire le ricerche utilizzando al meglio anche pubblicamente  il nome del padre .

Provvederà a mandarmi subito per iscritto  tale autorizzazione, spedendo in tale occasione al mio indirizzo anche fotografie del padre a Bolzano.

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Il campo di concentramento di Via Resia a Bolzano

Era fatta. Per giorni e giorni Lionello ed io ci scambiammo mail. Era cambiato anche l’approccio e avevamo iniziato a darci del tu.

Caro Lucio , ti ho già trasmesso per conoscenza.

Il figlio angosciato , dopo un colloquio telefonico , mi ha dato l’autorizzazione ad usare il nome del padre apertamente per la ricerca ed anche il suo.

Io l’ho consigliato di prendere contatto direttamente con i media interessati, facendo anche il tuo nome . L’autorizzazione è arrivata con lettera a me diretta accludente anche 10 fotografie del padre .

Kreutz Joahim , questo è il nome del figlio.   

31gennaio 2009 ore 14,30.  Attesa infinita. Il 2 febbraio, alle 15,57, arriva un’altra mail di Lionello.

Ti considero un amico e quindi, anche se Joahim non ti ha telefonato, ti mando il suo indirizzo

Hans -. Joahim Kreutz   Bergisch Gladbach  z….g 41 d

Fammi sapere

Un’ora dopo telefono a Johaim, che non conosce una parola d’inglese o francese. Chiedo allora ad un collega in redazione che sa qualche vocabolo di tedesco, di farmi da interpretare. Il signor Kreutz accetta d’incontrarmi.  L’appuntamento è per il 9 febbraio a casa sua, alle 10 del mattino.  In Germania. Organizzo in fretta il viaggio: altri colleghi da tutto il mondo sono sulle tracce dell ‘uomo misterioso. Lionello mi invia una mail, nella quale mi bacchetta per non aver portato con me l’interprete.

Caro Lucio, hai lasciato Klaus Civegna a Bolzano. In verità avevo capito che sarebbe stato indispensabile per qualsiasi possibile intervista o visita a Kreutz Joahim, come avevamo concordato con lo stesso Kreutz.
Sai già che il tuo futuro intervistato non capisce una parola d’italiano e quindi, per il rispetto che gli devo,  regolati al meglio.
In ogni caso spero che il tuo lavoro serva al nostro impegno che è quello di proteggere la memoria di quell’ immenso sacrificio che gli europei hanno patito anche per uomini come Kreutz Paul comandati o sollecitati ad eseguire

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Lionello non conosce i regolamenti interni e cosi  gli rispondo un istante dopo  spiegando la situazione.
Mi dispiace
davvero. Farò però l’impossibile per portare a casa un ottimo lavoro. fammi dare
una mano dagli angeli che volano su via resia. A presto.
L’8  sera atterro a Colonia. Il 9  alle 9 sono a Bergisch Gladbach, davanti casa di Johaim. Faccio i sopralluoghi con la troupe tedesca, mi accordo con l’interprete  e intanto, mentre l’operatore sistema il set,  porto fuori Johim. C’è un pallido sole, fa freddo e ho i piedi congelati. Camminiamo lentamente e lo tempesto di domande, su suo padre, sulla sua vita. Johaim, timido, mi risponde con pudore, con imbarazzo, con dolcezza. Ripeterà tutto davanti alle telecamere.
In breve. Suo padre Paul è uno dei tanti giovani del terzo reich costretto dagli eventi ad arruolarsi nelle SS. Viene spedito a Bolzano. E’ un ufficiale ma a suo dire non prenderà mai decisioni importanti all’interno del campo di concentramento. Fisso negli occhi Johaim. So cosa mi vuole chiedere e le rispondo: si, anche io ho dei dubbi. Ma sul letto di morte papà mi giurò di non aver mai dato ordini decisivi. E  però, anche se è stato un ottimo padre, un bravo impiegato di un’azienda privata di Colonia, quella sua confessione, prima di andarsene, per sempre mi ha lasciato sconvolto, spaesato, addolorato. Da quel giorno dormo  solo con l’aiuto dei tranquillanti ed ecco perché sono andato ad espiare i peccati di mio padre a Bolzano. Ho un peso sulla coscienza.
Un macigno nello stomaco. Descriveva cosi il suo dolore Johaim, uomo perbene travolto da una storia più grande di lui. Un fulmine a ciel sereno che aveva attraversato pochi  mesi prima la sua casa, sconvolgendo tutto, anche le sue abitudini borghesi  e la sua passione per il pianoforte . Sa che da allora non suono più?  Nemmeno una nota. E’ come se mi si fossero bloccate le dita.
Angoscia. Forse anche un filo di rabbia per quel padre che aveva ammesso tutto solo prima di dire addio alla vita. Rientriamo in casa, il set è pronto. Ci sediamo sul divano buono del salottino, uno di fianco all’altro. Johaim è teso, imbarazzato, ma risponde, racconta. Si commuove. Quaranta minuti in cui ripercorre 70 anni di vita. Ogni tanto getta lo sguardo verso la moglie, una signora bionda,  tedesca anche nei modi. Le sorride. Lei risponde ai  suoi sorrisi.
Bergisch Gladbach – Veduta
 Bergisch Gladbach
La cassetta e all’ultimo minuto di nastro. Guardo negli occhi il signor Kreutz, gli prendo le mani  e domando: Johaim mai più guerra è vero? L’operatore intuisce,  coglie il gesto, stringe sulle nostre mani. Nicht krieg, nicht, risponde Johaim deciso. Gli occhi gli si inumidiscono. E anche i miei diventano lucidi. A distanza di anni , però, lasciatelo dire, caro signor Kreutz: siamo stati due ingenui. La pace è andata a farsi benedire. Quasi quasi ti telefono e te lo dico a voce, se ancora ci sei.  Eppure sarebbe bello crederci ancora: no war, mai più guerra, Johaim Kreutz. Proprio come mi ripetesti quella mattina.