CALAIS LA TOMBA DELL’EUROPA

DI ALBERTO TAROZZI

ALBERTO TAROZZI
Muro dopo muro, e l’Europa muore a Calais. E se non sono muri come a Calais, si tratta di filtri e possibili respingimenti come ai confini dell’Austria, Baviera auspicando, o accordi di polizia, come quello tra il cattivo ungherese Orban e il serbo Vucic che finora aveva accolto i siriani come nessun altro in Europa. Come mai? Fulmine a ciel sereno o tutto previsto? Dipende dalle previsioni. Un passo indietro: 2015, Angela Merkel ha un sussulto europeo. Forse è la prima che si propone di affrontare, bene o male, l’emergenza migranti in chiave non nazionalista. Partita in tre mosse.
1. Apertura del corridoio dei Balcani, previo ammorbidimento delle tensioni tra le litigiose componenti locali, che se fosse stato fatto un quarto di secolo prima qualche tragedia la poteva evitare;
2. Politica di accoglienza sul suolo teutonico giustificata dal bisogno di mano d’opera, ma anche superiore a quella di ogni altro partner della Ue;
3. Apertura di una trattativa con la Turchia, perché hai un bel canalizzare i flussi e organizzare bene il recipiente Germania, ma se 3 milioni di siriani non vengono frenati per strada scoppi comunque.
Prima mossa relativamente ben giocata: attenuazione delle tensioni serbo-albanesi e relativo smorzamento del peso della jihad nella zona, Macedonia e Kossovo compresi; gentile ed efficace preghiera ai croati di non provocare i serbi, paese ospitale come pochi, se gli offri qualcosa in cambio; qualche problema a rendere altrettanto ospitali gli ungheresi e con loro un buon pezzo di Mitteleuropa. Comunque quanto basta per rendere sostenibili, nel breve periodo, le condizioni del beneamato corridoio e dei suoi viandanti, con sollievo di tutti, a partire dalla Grecia.
Seconda mossa col fiato corto. Contro la Merkel ‘’buonista’’, ma alquanto discutibile nell’organizzare l’accoglienza in contesti-ghetto, partono lancia in resta i neo-nazi. Ma anche i fratelli bavaresi e anche buona parte della socialdemocrazia tentenna. Una botta da ko arriva il primo dell’anno coi fatti di Colonia. Le nefandezze di una banda di criminali testosteronici e in evidente e prolungata privazione sessuale suscita naturale scandalo a 360 gradi, mondo femminista compreso. Ma c’è scandalo e scandalo. Purtroppo prevale il ‘’Dalli’’ all’islamico, al rifugiato, al migrante. Non sottolineato come si dovrebbe che la Polizia di Colonia si è comportata in modo più che sospetto, senza intervenire in un contesto facilmente controllabile anche da una combriccola di boy scout. Angela perde i colpi, l’anti-buonismo le si dilaga sotto casa.
Terza mossa di efficacia irrilevante. L’accordo col sultano di Ankara non prende corpo. Lui è disposto a incassare gli aiuti, ma in cambio non concede gran ché in termini di controlli e diritti umani. E’ qui che il progetto Merkel perde quota irrimediabilmente. Perché in molti, in Europa, fanno finta di non capire che, se vuoi contenere un flusso di siriani in arrivo di tre milioni di persone, il problema non è trattare/non trattare con Erdogan. Il problema è trattare da una posizione di forza e con un fronte compatto che abbia come parola d’ordine “RICOLLOCAZIONE” dei rifugiati. Juncker sembra capire, per quel che conta. Peccato che conti poco o nulla.
E’ qui che si scoprono le carte, per chi le vuol vedere. Perché contro la ricollocazione non sono solo i soliti mitteleuropei, ungheresi e polacchi in testa. In primo luogo sono contrari britannici e francesi. I primi almeno lo fanno a viso scoperte mettono lo stop ai migranti tra le parole chiave della Brexit. I secondi invece agiscono in modo mellifluo. Magari qualcuno lo accolgono, però appena si parla di accordo con la Turchia strillano subito “jamais” nel nome dei diritti umani. Che tradotto in Italiano significa “che i profughi rimangano in Turchia o che al massimo debordino in qualche stato limitrofo”, che a difendere Ventimiglia ci pensiamo noi.
Col precipitare del progetto-corridoio si rinfocolano fuochi mai spenti. Nei Balcani si riparla di possibili conflitti in Kossovo, in Bosnia, forse in Macedonia. Tra serbi e croati non si capisce bene se si sia ritornati nei primi anni 90 (nel dopo guerra) o nei secondi anni 90 (nell’anteguerra). La Serbia stanca di fare una buona pratica sempre più onerosa, si accorda con l’Ungheria per organizzare blocchi di polizia alle frontiere bulgare e macedoni. Sali un po’ a monte e l’Austria dichiara che tra poco chiude, la Csu bavarese è pronta a sfruttare la possibile sconfitta della Merkel a Berlino, tra pochi giorni, per egemonizzare col suo nazionalismo l’intera Cdu, rubando gli slogan all’estrema destra.
Cosa rappresenta in tutto ciò il muro di Calais?
La punta di un iceberg, quello che più chiaramente salta gli occhi. Ma sotto ci sta un anno di boicottaggio strisciante di un progetto europeo che, per quanto criticabile (pensiamo ai rapporti con la Turchia), costituiva il solo progetto non-nazionalista finora venuto alla luce. Chi si sia reso protagonista di tale boicottaggio dovrebbe oggi risultare chiaro. Per la cronaca è da notare come il muro a tutela della Gran Bretagna venga costruito sul suolo francese e con i contributi dello Stato francese. Segno che anche i transalpini fanno parte del gioco e ritengono che, blindando Calais, molti migranti verranno, per così dire, disincentivati ad entrare in Francia anche dalle parti di Ventimiglia. Naturalmente, nel nome della “liberté”.
Forse l’Europa muore a Calais, vittima di un complotto il cui protagonista non è un singolo Stato, ma una strategia stupida e ipocrita delle piccole e grandi patrie. “Allons enfants de la patrie”, ma all’orizzonte non ci stanno giorni di gloria: solamente l’autodistruzione del tutti contro tutti.