CARI STUDENTI, COPIATE PERCHE’ LO FACCIAMO ANCHE NOI DOCENTI UNIVERSITARI

DI MANLIO SOLLAZZO

MANLIO SOLLAZZO
Colui che, nell’esercizio della sua professione, ha il dovere di fare rispettare determinate regole, non può concedersi la libertà di essere al di sopra delle stesse.
Se, ad esempio, il regolamento scolastico vieta a tutti, personale e utenza, di fumare, l’insegnante non deve trasgredire la regola, perché, se lo facesse, autorizzerebbe anche gli studenti a farlo.
Si educa innanzitutto con l’esempio.
Se si predica bene e razzola male, perdi la credibilità.
E poco importa che ti scoprano o meno a fumare di nascosto in bagno, nel parcheggio o nel giardino.
Il codice deontologico è parte integrante del mestiere, e la voce interiore della coscienza ti ammonisce.
Se, in cuor tuo, rimproveri di stesso, con che faccia puoi rimproverare un ragazzo che ha sbagliato?
Ci vuole una faccia di bronzo.
Quella che non ha il professor Lucio Picci, docente ordinario di Politica Economica all’Università di Bologna, il quale a inizio corso ha scritto una lettera ai suoi studenti e al Rettore che sta facendo molto scalpore.
Vi annuncio che non vigilerò per evitare che voi copiate agli esami, perché in coscienza non posso chiedere a voi il rispetto di regole che l’Università di Bologna permette a noi di violare. Se siamo impuniti noi professori, ai quali un sistema garantisce l’impunità dal plagio, allora lo stesso che valga per voi studenti”.
E’ un’autodenuncia in piega regola, quella del prof. Picci, che ha chiamato in causa il Rettore dell’Ateneo, Francesco Ubertini, accusandolo implicitamente di non vigilare sui casi dei professori sospettati di plagio, e al contempo esplicitamente messo nella scomoda e imbarazzante condizione di prendere un provvedimento disciplinare nei suoi confronti.
Chiedo di avviare nei miei confronti un provvedimento disciplinare, dato che vigilare affinché gli studenti rispettino certe regole fa parte dei miei doveri”.
Non si tratta di una roboante provocazione, ma di un atto di ribellione finalizzato a rompere il silenzio su un sistema marcio che tradisce lo spirito dell’Alma Mater Studiorum, prima Università del mondo occidentale, e la nobile missione dell’insegnamento.
L’andazzo e gli intrallazzi – c’è chi copia nella stesura della pubblicazioni scientifiche e pratica il “lecchinaggio” con professori ordinari e politici per fare carriera e chi di dovere che finge di non vedere – è descritto dettagliatamente da Picci nella sua lettera – dossier, nella quale egli scrive di aver in passato segnalato invano ai vertici dell’Ateneo la disparità di trattamento tra tre casi di colleghi sospettati di plagio (che sono poi stati premiati) e una studentessa sospesa per 3 mesi per aver essere stata scoperta a un esame in possesso di cellulare ed auricolare.
Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo”, ci ha detto il Mahatma Gandhi.
Per cambiare il mondo accademico di cui fa parte da molti anni, il prof. Picci si è esposto in prima persona, correndo scientemente il rischio di compromettere il proseguo della sua brillante carriera.
Ma come funziona il “sistema-Alma”?
Picci ne descrive le cause (ambizioni e velleità politiche dei giovani rampanti) e le dinamiche (connivenze e omertà).
“Il problema è che a tutti noi interessa far carriera, molti di noi desiderano ottenere incarichi retribuiti come consulenze o partecipazioni a cda, e alcuni hanno ambizioni politiche: per fare carriera sono necessarie pubblicazioni scientifiche i buoni rapporti coi superiori (i professori ordinari), mentre per altre mire si richiede vicinanza col mondo della politica che distribuisce gran parte degli incarichi retribuiti. Cosi la segretezza e una fitta rete di connivenze assicurano il mancato accertamento dei casi di plagio; con l’aggiunta che, se il mancato accertamento costituisce uno degli elementi essenziali del sistema di impunità, la segretezza indica che il potere sta dalla parte del reo. E che quindi egli è potente”
Dovrebbe contare la sostanza: le accuse di plagio sono vere o false? Perché ci si rifiuta di fare chiarezza?“.
Da quello che noi pubblichiamo dipende la nostra carriera e la nostra reputazione. Da qui l’esigenza di avere chiara la paternità di ogni nostro scritto“.
“Uso la parola “sistema” con prudenza – conclude il professore – non vi è alcuna congiura, ma agiscono dei meccanismi, non previsti dalle leggi e dai regolamenti d’ateneo (anzi, malgrado le une e gli altri), che nei fatti garantiscono l’impunità. Essi si basano su una fitta rete di connivenze che, attraverso la segretezza, conduce al sistematico mancato accertamento dei casi di plagio e al loro occultamento”.

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