NELLA VALLE DEL SERCHIO LA CRITICA E’ ANCORA AMMESSA O E’ UN DIRITTO NEGATO?

DI BARBARA PAVAROTTI
BARBARA PAVAROTTI
Ecco a voi gli altri articoli da mettere al rogo, secondo la famiglia Marcucci. Prima alcuni dati: gli articoli incriminati, citati nella richiesta di mediazione, sono 23: di questi 20 sono ritenuti campagna diffamatoria nei confronti del senatore Andrea Marcucci e tre invece diffamatori nei confronti di Guelfo Marcucci. Nel primo più consistente gruppo rientrano l’ormai nota intervista di Andrea Cosimini al sindaco di Barga Bonini e la lettera di diffida del senatore pubblicata ad agosto 2013 da “La Gazzetta del Serchio” con un breve commento di Aldo Grandi. Una frase di questo commento viene riportata in neretto e sottolineata, nella citazione a comparire davanti al mediatore, come prova del dileggio. Grandi, infatti, riferendosi al passaggio in cui Marcucci annuncia di aver conferito mandato ai suoi legali per tutelare la sua reputazione, scrive: “E chi se ne frega”. Certo, non un’espressione raffinata, ma di uso comune e che esprime solo il pensiero di Grandi, non oltraggiosa.
E ora veniamo al gruppetto dei 20 pezzi incriminati. Di alcuni abbiamo già parlato in un precedente articolo: un minestrone di comunicati, pezzi firmati da altri (come dal presidente della Fondazione Pascoli Adami), interviste, articoli riferiti ad altri personaggi come il vicesindaco di Piazza al Serchio o il sindaco Tagliasacchi.
Ne rimangono 12 (tolti i due relativi alla vicenda Cosimini). E anche in questi, a leggerli con attenzione, appare difficile ravvisare elementi di scandalo.
Uno è del gennaio 2013, dal titolo: “Ma Marcucci che fa, dorme?”. Si riferisce al silenzio, in quel periodo, del senatore sulla scelta della location per l’allora discusso ospedale unico in Valle del Serchio e si invocava una sua presa di posizione. Reato? No. Era un editoriale e questo spazio da sempre nel mondo dell’informazione è consacrato al pensiero e al punto di vista del direttore di un giornale.
Il 2014 sembra scorrere liscio. Solo un editoriale dell’11 maggio, dal titolo molto esplicito, ha provocato l’ira dei Marcucci: “Se Marcucci sta con Bonini… noi stiamo con Sereni”. Da quando la libertà di posizione, in vista anche delle imminenti amministrative di quell’anno, è un reato?
Nel 2015 sono due i pezzi sotto accusa e parliamo sempre di editoriali, quelli che, per chiarirci, appaiono su La Gazzetta col dissacrante titolo: “Ce n’è anche per Cecco a cena”. Uno di agosto in cui si annuncia una sorta di sfida fra il sindaco di Lucca Tambellini e il senatore Marcucci, definito personaggio “politicamente camaleontico”. E allora? Anche lui, come tanti, è passato da un partito all’altro: è la verità, che c’è di male?
L’altro, di settembre 2015, parla del trio Marcucci-Remaschi- Baccelli e di come nessuno dei tre si fosse pronunciato sulle dimissioni del professor Viglione dal San Francesco di Barga. Mica sono stati accusati di omicidio. Dov’è lo scandalo?
E’ nel 2016 però che, secondo Marcucci, si abbatte la nefasta violenza delle Gazzette che avrebbe messo a dura prova la sua immagine a suon di articoli da risarcire in moneta contante.
Marzo 2016. Ancora un editoriale, “Il nostro onore si chiama fedeltà”: si parla delle primarie a Lucca con Marcucci favorevole mentre Tambellini sembra essere diventato ormai un sindaco sgradito ai renziani. Stessa musica in un articolo apparso sempre quel giorno: primarie sì, primarie no, in cui Grandi chiede a Marcucci di accettare un’intervista senza reticenze. Pure considerazioni politiche: il misfatto, se c’è, è ben nascosto.
Maggio 2016. Editoriale sul Pd e la sua occupazione del potere in provincia di Lucca, alla luce della defenestrazione di Paolo Fantoni da candidato sindaco di Piazza al Serchio. E allora? Tutta Italia, tutti i giornali parlano – non di Fantoni ovviamente – ma dei renziani infilati in posti-chiave. Succede, purtroppo, ogni volta che un partito va al comando.
Giugno 2016. L’articolo verte sul rifiuto da parte del presidente della Fondazione Pascoli Adami all’intervista, già concordata, con Grandi, perché , dice Adami nel pezzo: “Voi volete mettere alla berlina la famiglia Marcucci che non ha nulla a che vedere con la Fondazione Pascoli”. Balla clamorosa, ma non importa. In cosa consista la denigrazione del senatore in questo contesto non si capisce.
Un altro articolo, sempre di giugno 2016, è davvero esilarante come “prova di diffamazione”. Si cerca di capire, con numerose testimonianze, in cosa consista il “dna garfagnino”. Le risposte sono le più svariate, ma tutti concordano che la specialità della zona è il silenzio. Sapere tutto e non dire nulla per non inimicarsi chi conta, “come il senatore Marcucci, detto il taglianastri”. Suvvia, al posto dei Marcucci, chiunque si interrogherebbe sul perché la gente pensa questo, anziché prendersela con chi trascrive le parole degli abitanti. Il cronista fa il suo lavoro: racconta. E nessuno ha il diritto di mettere il bavaglio alle opinioni della gente.
Luglio 2016. L’editoriale verte sull’ipotesi che l’ex sindaco di Viareggio Del Ghingaro possa scendere in campo a Lucca, alle prossime amministrative scompaginando i piani di Marcucci. Tre giorni dopo articolo sullo stesso tema. Pure considerazioni politiche di cui sono pieni i giornali, con indiscrezioni di ogni sorta. Ma evidentemente altrove sono ammesse, qui no.
Settembre 2016. Editoriale in cui nel titolo è già spiegato il contenuto: “Matteo Renzi, capo del Governo di uno stato che non ha più una sovranità, un territorio, un popolo”. Marcucci viene citato solo una volta di striscio come renziano. Non ci sembra una colpa. Se Renzi poi dovesse querelare tutti gli opinionisti che parlano di lui in modo negativo, i tribunali sarebbero al collasso.
Prossima puntata: il capitolo diffamazione verso Guelfo Marcucci, per la quale gli eredi chiedono un risarcimento di 45.000 euro (per il senatore 115.000). La questione è dolorosa e merita un approfondimento a parte.
Ma intanto va ribadito ciò che è sancito per legge. La pubblicazione di uno scritto “diffamatorio” non è punibile quando è giustificata dall’esercizio di un diritto. E i diritti, in materia di libera espressione del pensiero, sono tre: il diritto di cronaca, il diritto di critica e di satira (comprese le vignette e le immagini di per sé surreali, tipo quella di un asino riportata in uno degli articoli citati). E proprio il diritto di critica, quello espresso negli editoriali di Grandi, non può essere assimilato all’oltraggio, tenendo anche conto che è basato sulla veridicità, fino a prova contraria – prova che ovviamente è da dimostrare – dei fatti. Criticare ancora si può in Valle del Serchio o dobbiamo tutti rassegnarci che sia un diritto negato?

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