SIAMO FIGLI DI PAPA’, MA NON RACCOMANDATI

DI MIRKO EMILI

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Figli di papà. Molte volte abbiamo sentito queste parole accostate ai figli di persone ricche e benestanti, che non devono pensare a nient’altro che divertirsi, che non hanno altre preoccupazioni che pensare a dove passare la settimana bianca, oppure il mese d’agosto. Cortina, Ibiza o Miami sono le loro mete predilette e cosa importa il costo, a pagare ci pensa papà. Questo è il significato che molte persone danno a “figlio di papà”. Una descrizione non certo positiva e a volte enfatizzata in termini negativi per invidia. Nel mondo normale, però, si definisce figlio di papà chi si trova sempre la pappa pronta ed ha la strada spianata in discesa. Nel calcio, esser figli di ex calciatori non è un’agevolazione, anzi. È una cosa abbastanza complessa, ed è per questo che non li chiamerei così. Esser figli d’arte in un mondo come quello del calcio è quasi una diminutio: “Vabbè ma quello sta lì perché è il figlio di…”, “Sai quanti giocatori più forti di lui ci sono? Ma quello è figlio di…”, “Quello gioca in Serie A solo perché è il figlio di…, io sono più forte ma visto che mi chiamo Rossi (nome ipotetico), gioco al campetto della chiesa”. Balle, giochi al campetto della chiesa perché sei scarso. Queste, però, sono le classiche frasi che si sentono quando si parla dei vari ex calciatori junior, come direbbero gli inglesi “pure Bullshit” (cavolate pure). Esser figli di questo o quel calciatore nel calcio è un peso, un macigno che giovani calciatori si sentono sulle spalle. “Non è nemmeno un unghia del padre” si sentono dire dai direttori sportivi, mentre dai compagni vengono additati, molto spesso, come raccomandati.
In Italia quest’anno abbiamo diversi figli d’arte. Partiamo dalla Serie A e da Firenze, qui gioca Federico Chiesa, classe 1997, figlio di quell’Enrico che ha vinto una coppa Uefa con il Parma stellare di 20 anni fa. Il ragazzo ha convinto Sousa fin dal ritiro estivo e, lo scorso 8 dicembre, ha segnato il suo primo gol con la maglia Viola in Europa League contro il Qarabag. Ala tradizionale, ha ripreso diverse qualità del padre come il tiro dalla distanza, ad esempio.
Di Francesco. Se facciamo questo nome pensiamo ad Eusebio, il tecnico emergente italiano più promettente del nostro panorama calcistico. Lui non si chiama Eusebio, ma Federico. Gioca nel Bologna dove è arrivato questa estate per sostituire il partente Giaccherini. Compito non facile, ma una giusta opportunità per un classe ’94 che ha fatto tanta gavetta in Serie B e si è ampiamente meritato questa opportunità. Per ora ha collezionato 12 presenze e due gol.
Simeone. Questo nome fa pensare al “Cholo”. Grande allenatore dell’Atletico, maestro nell’insegnare calcio e “garra”, ed ex calciatore di Lazio ed Inter. Ora in serie A gioca suo figlio: Giovanni, il Cholito”. Centravanti del Genoa classe ’95 sta riuscendo nell’impresa di non far rimpiangere Pavoletti. Arrivato in estate per appena tre milioni di euro, si sta affermando ad alti livelli grazie ai suoi tanti gol.
Infine c’è Di Livio. Non stiamo parlando del soldatino ex Juventus. No, parliamo di suo figlio Lorenzo, ex primavera Roma quest’anno in prestito alla Ternana. Trequartista puro, ala per necessità. Di Livio junior è un vero e proprio numero dieci ed ha giocate veramente sopraffine.