RICORDANDO IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA DI NINO

DI SABRINA PARAVICINI
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Cara piccola E., sei stata la prima persona che ho incontrato il primo giorno di asilo quando all’uscita sono venuta a prendere Nino. Eri alta poco più di un metro.
Sei tu la mamma di Nino?”
“Sì.”
Mi avevi bloccata sulle scale dell’ingresso. Non avevi più di cinque anni, ma in quel momento ne avresti potuti avere cento.
“Perché Nino non parla? E perché grida? E perché si butta per terra e si da i pugni sulla testa?”
Era il primo giorno di scuola materna.
Era solo il primo giorno. Nino non aveva ancora tre anni, non parlava, o meglio sapeva tutte le parole, ma non ne metteva insieme più di due. Però faceva delle cose straordinarie, citava a memoria frasi intere e interminabili Cars o di Pippicalzelunghe, metteva in equilibrio oggetti che per loro natura non potevano stare uno sopra l’altro, e soprattutto era bellissimo, più alto degli altri, le gambe lunghe, tornite, snelle, gli occhi grandi, azzurri, i riccioli biondi. Lo sguardo furbo e un sorriso meraviglioso. Sembrava un angelo.
“Allora? Perché fa così?”
“Io… non lo so.”
“Sei tu la sua mamma. Tu lo devi sapere. Tu devi fare qualcosa.”
La maestra mi rassicurò dicendo che entro Natale, avrebbe sistemato le cose, invece il giorno dopo ci chiamò per dirci che la situazione era molto seria e che dovevamo chiedere aiuto.
“Questo posto l’hanno chiamato in tanti modi: la scuola dei pesci, la scuola di marzapane, il negozio dei giochi, per via dell’acquario che c’è nell’ingresso, ma resta il fatto che questo non è un negozio e non è una scuola. Cari signori, questo è un ospedale e noi non siamo commessi né maestri, noi siamo i medici che si prenderanno cura dei vostri figli.”
La prima volta che ho messo piede nell’istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli ho fatto caso solo a tutte quelle mamme sole e stanche che leggevano un libro o un giornale nella sala d’attesa del secondo piano dove sul muro c’era un enorme disegno che raffigurava Gatto Silvestro e Titti sdraiata sulla sua pancia, sotto di loro una scritta gigantesca e colorata: RILASSATEVI.
Era mattina presto. Le otto e mezza. Mio figlio che si rotolava per terra nel centro della stanza gridando.
Nonostante nessuno facesse caso a questa scena, io mi ero sentita una nullità incapace di gestire il proprio figlio anche solo per cinque minuti. Mi era sembrato il posto più brutto del mondo. Stavo per andarmene. Poi, per fortuna, sono rimasta.
Avevo aspettato circa venti minuti prima che qualcuno mi dicesse dove andare. Stavo per andarmene, volevo gridare a tutte quelle mamme stanche:
“Ma cosa c’entro io con voi! Ma cosa ci faccio io qui! Mio figlio cambierà…mio figlio non ha niente, guarirà, guarirà nel tempo…da solo…”
Avevo tenuto gli occhiali scuri e la testa bassa, mi mordevo la lingua e le labbra per non gridare e per non piangere, ma lo sforzo di rendermi invisibile era stato vanificato dal comportamento dirompente di mio figlio.
Stavo per andarmene.
Poi, per fortuna, sono rimasta.

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