LA NOTTE DELLA TARANTA

DI TITTI DE SIMEIS

Anche quest’anno, Melpignano, uno dei paesi più conosciuti della Grecìa Salentina, si illumina e diviene scena internazionale per una notte al ritmo dei tamburelli. L’ex Convento degli Agostiniani fa da quinta raffinatissima all’evento più popolare di ogni estate: la Notte della Taranta.
Gli occhi del mondo guardano allo spettacolo fra i più attesi e coinvolgenti di tutto l’anno. Un paese con poco più di duemila abitanti è pronto ad accogliere oltre centocinquantamila persone, una marea umana di affezionati e nuovi scopritori. Giunto alla sua diciottesima edizione il festival ha, da sempre, scatenato e assorbito applausi, commenti e critiche fra i difensori della tradizione musicale da un lato e, dall’altro, i promotori della ‘contaminazione’. La pizzica nasce come ballo liberatorio, come danza terapeutica, come antidoto ad una forma di ‘malessere’ e di ‘malattia’ causata, secondo le credenze popolari, dal morso di una tarantola. In realtà, il morso del ragno era soltanto un pretesto per giustificare un disagio psichico o forme di depressione e di dolore ed il ballo, appunto, aveva il compito di restituire la normalità: le vibrazioni, le frequenze sonore influivano sul sistema nervoso portando alla guarigione. Il tarantismo era materia propria della medicina popolare: per un aiuto psicologico ci si rivolgeva ai ‘suonatori’ proprio come oggi ci si rivolge allo psicologo. A conferma del suo ruolo curativo, da qualche anno la pizzica si è inserita, a piene mani, nei percorsi musicoterapici diventando un punto di forza nella moderna psicoterapia. In origine era eseguita solo con tamburello, violino, organetto, chitarra ed era accompagnata da un canto agreste, completamente in dialetto. Oggi, grazie alla Notte della Taranta, è andata contaminandosi con altri generi musicali: lo ska, il reggae, i ritmi balcanici, il rock e molti altri. E questo, se da un lato le ha conferito carattere di internazionalità e ampi riconoscimenti, dall’altro ha scatenato le reazioni di chi vuole difenderne il ‘carattere’ musicale tipico del territorio da cui ha avuto origine. Essa è, in realtà, uno strumento di aggregazione, di condivisione e di ritorno a ritmi antichi e ‘primitivi’ capaci di richiamare gente da ogni dove in un gioco di seduzione e fascino, di approccio sensuale dalle movenze ritmiche semplici ma essenziali. La mescolanza con altri generi, in effetti, ha ‘infettato’ solo in parte la struttura originale lasciandole sempre il ruolo di protagonista. Ad oggi, nonostante abbia perso una fetta della sua intimità e del suo segreto soffrire, la pizzica ha, però, portato il Salento ad una ribalta di interesse storico, sociologico e linguistico non indifferente.
È un mondo tristemente gioioso, una dimensione di gioco e malinconia che continua, proprio per la mancanza di sovrastrutture e per la sua assoluta autenticità, ad avvicinare a sé milioni di persone. E, in barba a tutte le polemiche e le contraddizioni di opinione, la Notte della Taranta resta il fatto di costume e di cultura popolare più carico di attese e di sempre nuove promesse. Già durante le prove, il prato antistante il palco si popola di gente pronta a spiare il super ospite, a fotografarlo da vicino, a rubare momenti curiosi del backstage con il gusto di chi vuole assaporare lo spettacolo in anteprima senza la calca del concertone. E son capriole di bambini, profumo di zucchero filato, gruppetti timidi che ballano nascosti, ragazzi distesi su coperte colorate mentre la regia regola suoni, volumi, luci, riverberi, microfoni e computer, aspettando lo start della diretta: anche quest’anno voci e volti di risonanza internazionale a cominciare dal Maestro concertatore Phil Manzanera, storico chitarrista dei Roxy Music e coproduttore dei Pink Floyd, continuando con Paul Simonon, bassista dei Clash fino a Luciano Ligabue che si lascia andare, a conclusione della lunga passerella musicale, ad un’interpretazione emozionante, completamente in dialetto e con intermezzi, pizzicati di violino, della bravissima Anna Phoebe. Tutto questo in un’alternarsi di echi rock, di influenze latino americane con Raul Rodriguez ed il tocco afro del batterista nigeriano Tony Allen. Luci, colori, passione, ricordi, danza e ancora danza. Giù dal palco, tra le bancarelle, ai lati della chiesa, dietro le quinte, si danza, si torna all’antico significato di un ballo che è ancora, e resterà sempre, la forza di questa manifestazione che non perde mai di vista l’esigenza principale di chi si mette in coda per una sola sera, dal tramonto all’alba: lasciarsi andare, senza confini all’anima, senza scarpe ai pensieri, per liberarsi, per ritrovarsi, per viaggiare o dimenticare, per sfinirsi di battiti.
Il tempo è trascorso ma la tradizione salentina, testarda e sognatrice lega il passato remoto ad un futuro di nuovo respiro e di sana contaminazione che non è ‘tradimento’, non è falsare un genere centenario è, invece, renderlo libero di andare lontano e poi tornare a casa, e, nel cantuccio di una foto in bianco e nero, tirare fuori dal cassetto il desiderio di risentire ogni profumo del mondo antico che di questo ballo ci ha resi figli.
Perché ‘certe notti’ sono come questa appena trascorsa, lunghissima e immensa di nostalgia, da ora e fino alla prossima.

 Pubblicato il: 23 Ago, 2015 @ 09:45

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