LE MILLE PICCOLE COSE CHE RESTANO APPICCICATE A QUEI FIORI ROSSI

DI EMILIO RADICE
EMILIO RADICE
E’ morta una azalea che stava qui, a casa mia, ancor prima che ci stessi io. Ma con lei non se ne vanno solo i suoi fiori, rossi e bellissimi. Se ne va l’intenzione di chi la piantò un giorno, la sua attenzione, la sua scelta, forse la sua gratitudine verso qualcuno se quella azalea fu un dono. Quando giro per il mondo quel che mi colpisce di più, nelle tracce dell’uomo, non è la fisicità dei monumenti, la complessità strutturale, a volte la magnificenza, ma l’intenzione appunto, l’apporto psicologico, la fatica che alle cose resta appiccicata, la proiezione dell’artefice verso un suo progetto o, a volte, anche verso un momento della sua giornata. Così, se può colpirmi la spettacolarità del foro di Traiano e la finalizzazione imperiale di quello spazio ai traffici romani, mi tocca il cuore la traccia di un gioco di filetto incisa su un marmo, dove ancora si vedono, se uno chiude gli occhi, i giocatori. E la stessa cosa mi accade per un muro a secco nel Nuorese come per un ponte sull’Eufrate o una casa diroccata fra i monti dell’Abruzzo. Vedo le cose, che talvolta sono alberi piantati, e vedo l’uomo che vi si è dedicato. Anni fa sull’isola di Cefalonia, in una frazione abbandonata e diroccata da un terremoto, scorsi qualche cosa fra i sassi. Era un pentolino di latta ancora coperto da un piatto corroso dalla ruggine, come a proteggere del cibo. Un gesto domestico, in una casa che non esisteva più, che da allora sopravvive in me. Come l’azalea del mio giardino.