MOLISE E IRPINIA A RISCHIO TERREMOTI: UN’IPOTESI ALLARMANTE

DI  ALBERTO TAROZZI
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D’accordo che la sismologia non è scienza esatta e che da quelle parti è possibile incontrare fattucchiere e stregoni da cui prendere le distanza, ma è comunque un dato di fatto che fonti ufficiali come l’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) e la Commissione Grandi Rischi abbiano espresso apertamente il timore, sulla base di riflessioni scientifiche accreditate, di possibili nuovi e devastanti terremoti nell’Aquilano a causa dell’esistenza nell’area di “faglie silenti”, non ancora interessate dall’attività sismica.
Legittimo quindi riportare il diverso parere di una fonte scientificamente accreditata che lancia l’allarme con riferimento a una zona differente da quella intereressata dalla crisi sismica 2009-2017. In particolare tutta l’area degli Apennini che inizia a sud de L’Aquila (l’avezzanese), attraversa l’intero Molise, per arrivare a toccare l’Irpinia.
Anch’esse zone teatro, nel tempo, di fenomeni sismici rilevanti, gli ultimi dei quali, in Irpinia e in Molise, risalgono ai primi degli anni ’80.
Lo scienziato che lancia l’allarme, segnalato per ora solo da una fonte locale come “Il quotidiano del Molise” del 26 gennaio, è il professor Antonio Moretti, docente di geologia e speleologia al Dipartimento Mesva (Medicina clinica, sanità pubblica, scienze della vita e dell’ambiente) all’Università de L’Aquila, che ha pubblicato le sue ricerche sul sito web dell’Ateneo.
E’ di lì che proviene il grido d’allarme.
“Occhio all’Appennino Meridionale”.
Leggiamo quanto riportato dal “Quotidiano”:
“Secondo il geologo con l’ultimo sisma si sarebbe consolidato l’effetto domino nelle zone colpite dagli ultimi avvenimenti sismici che, però, lasciano aperto il campo a possibili accadimenti che si potrebbero verificare, invece, a sud est dell’area colpita“…. Questo modello appare perfettamente verificato dall’andamento storico della sismicità in Appennino centrale: alle grandi crisi sismiche del 1328-1349, 1456- 1461, 1688-1706 sono seguiti lunghi periodi di relativa quiete sismica. Dopo il 1706 infatti le montagne del centro Italia sono state turbate solo dai terremoti del Molise (1805), di Avezzano (1915), e dell’Irpinia (1930, 1980). In tutti questi grandi periodi sismici non è mai accaduto che un forte terremoto “ripercorresse” le aree già interessate da consistenti rilasci di energia sismica”.
Dunque preoccupazioni relativamente minori per il già devastato Appennino centrale tanto che il Moretti giunge a ritenere ingiustificata la posizione resa dalla Commissione Grandi Rischi, che potrebbe lasciare intendere la possibilità di nuovi e devastanti terremoti nell’Aquilano a causa dell’esistenza nell’area di “faglie silenti” non ancora interessate dall’attività sismica.
Più ancora esplicitamente Moretti così prosegue: “Nella mia misera esperienza di Geologo del Territorio “martello e scarponi” consapevole del mio infimo ruolo accademico, ma formato (questo almeno me lo permetterete!) alla scuola di maestri come Gaetano Giglia, Paolo Pialli e Paolo Scandone, mi permetto di contestare le assurde conclusioni della Commissione Grandi Rischi e dei notabili dell’INGV che avrà l’unico effetto di seminare il panico tra le popolazioni abruzzesi, mettendo in ginocchio quel che resta dell’economia e del tessuto produttivo aquilano”.
Dunque, panico eccessivo per l’aquilano, anche se la Commissione non lo cita espressamente, ma, ancor di più, sottovalutazione di quanto potrebbe accadere nei territori dell’Appennino meridionale (la fascia che dall’Irpinia, attraversa il Molise e che raggiunge l’Abruzzo) dove, viceversa, “sarebbe opportuno avviare dettagliate analisi sismotettoniche, geochimiche e sismologiche, senza trascurare l’accurato rilevamento dei transienti (precursori) sismici.”
Insomma, un briciolo di tranquillità in più per gli aquilani, ma maggiori preoccupazioni per il sud dell’Abruzzo, il Molise e l’Appennino campano, per le nostre “aree interne” senza pace.