“MANI PULITE” UN’OCCASIONE PERSA

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Di Andrea Provvisionato
Tutto ebbe inizio il 17 febbraio del ’92. Faceva freddo in quei giorni a Milano. Quando Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, esponente di spicco del Partito Socialista milanese con aspirazioni alla carica di primo cittadino della città meneghina, scendeva dall’auto dei carabinieri stretto nel suo cappotto elegante e veniva scortato verso l’ufficio del pubblico ministero Antonio Di Pietro, nessuno poteva immaginare che si era di fronte all’inizio della fine.
Chiesa era stato preso dai carabinieri con le mani nel sacco mentre intascava una tangente di 7 milioni delle vecchie lire da parte dell’imprenditore monzese Luca Magni, titolare di una piccola impresa di pulizie. La prima tranche di una tangente di 14 milioni. Cioè il 10% di un appalto da 140milioni di lire. “Il pizzo” che ogni imprenditore era costretto a pagare per poter lavorare con l’amministrazione pubblica milanese. Il Magni stanco dello strozzinaggio “istituzionale” decise di rivolgersi ai carabinieri. Cosi quella fredda mattina del ’92, dotato dall’Arma di telecamera e microfono nascosti, si presentò nell’ufficio di Mario Chiesa con la sua bustarella stretta nella mano destra. Quando, finiti i convenevoli, l’esponente socialista mise i soldi nel cassetto della sua scrivania, quattro carabinieri in borghese fecero irruzione nell’ufficio stringendogli le manette ai polsi.
Il giorno dopo quotidiani e telegiornali non parlavano dall’altro. La notizia faceva scalpore non tanto per la tangente in se, quanto perché un alto esponente del PSI finiva in manette proprio nel pieno della campagna elettorale, per le politiche di quella primavera, che vedeva impegnato Bettino Craxi per la riconferma a Palazzo Chigi. Pressato dalle domande dei giornalisti il segretario del PSI definì Mario Chiesa un “mariuolo isolato”. Un’affermazione che entrerà nella storia e che sarà spesso rinfacciata al segretario socialista negli anni a venire.
Craxi, al contrario dei magistrati milanesi ancora ignari di quello in cui si erano imbattuti, sapeva che dietro a quella piccola tangente locale si celava non solo un vero e proprio sistema di finanziamento occulto ai partiti. Dietro a quella tangente si celava il “sistema Italia”. Ma il segretario socialista era troppo sicuro di sé e che tutto si sarebbe risolto in una bolla di sapone. Chiesa avrebbe tenuto la bocca chiusa e il sistema avrebbe retto.
In un primo momento, rinchiuso nel carcere di San Vittore Chiesa fa quello che ci si aspetta da lui. Tiene la bocca chiusa e aspetta che gli eventi facciano il loro corso. Si sente con le spalle coperte. Al massimo farà qualche mese di galera, pensa. E poi fuori ci sono sempre i suoi conti in quella banca svizzera ad aspettarlo. Li aveva chiamati “Fiuggi” e “Levissima” non senza una certa ironia, riferendosi a delle sorgenti di acqua purissima. Ma quando l’avvocato di Chiesa riceve una telefonata da Antonio Di Pietro che gli dice testuale: “Avvocato dica al suo cliente che l’acqua minerale è finita”. Il Presidente del Pio Albergo Trivulzio capisce che è finita. I magistrati hanno i suoi soldi. E sono pronti a fargli scontare tutto per conto di tutti. E allora sentendosi solo e abbandonato Chiesa parla. E ne ha di cose da dire. Nomi e cognomi. Chi, come e quando. Ma soprattutto quanto.
È l’inizio di “Mani Pulite” o “Tangentopoli”. Lo sgretolamento lento e sistematico di un sistema di finanziamento occulto a politici e partiti che aveva retto fino ad allora la Prima Repubblica. Un sistema ramificato e corrotto che coinvolgeva imprenditori e politici di tutto l’arco costituzionale, ma soprattutto esponenti del PSI e della DC. È l’inizio di anni tragici. Caratterizzati da arresti eccellenti e suicidi altrettanto eccellenti. Ma anche anni esaltanti, in cui si pensava che quel “sistema Italia” divenuto ormai opprimente per troppi potesse implodere. Anni in cui si respirava cambiamento o almeno una grande voglia di cambiamento. Per chi, come chi scrive, aveva 18 anni all’epoca sembrava che il mondo stesse cambiando sotto i nostri occhi e che a noi spettasse solo modellarlo. Pochi anni prima era caduto il muro di Berlino. Si iniziava solo allora a parlare e immaginare l’Europa, la globalizzazione. L’Erasmus era un’aspirazione e non una consuetudine. Insomma era tutto da scoprire. Andare sotto l’hotel Raphael, residenza romana di Bettino Craxi, a protestare era necessario e liberatorio. Il segretario socialista per la nostra generazione rappresentava il male assoluto. Ero lì quando una folta manifestazione tirò monetine contro Bettino Craxi. E confesso che lo avrei fatto anch’io se allora avessi avuto una lira in tasca. E un po’ me ne vergogno. Perché rileggendo la storia di quegli anni andrebbe riletta anche la figura di Craxi. Non riabilitata, riscritta. Ma questa è un’altra storia.
Cosa rimane di “mani pulite” oggi nel suo 25esimo compleanno? Stando alle cronache quotidiane dei giornali nulla. Solo una grande occasione perduta. La generazione di politici che sostituì i vari Craxi, De Mita, Cirino Pomicino & Co. si è rivelata se possibile più corrotta e di sicuro più inetta. L’avvento di Silvio Berlusconi in politica, che tangentopoli riuscì a cavalcare pur essendone più volte sfiorato, ha portato a un lento imbarbarimento del dibattito politico. Fino a farlo scadere in argute discussioni da salotto televisivo su olgettine e fellatio. Dalle ceneri di PSI, DC e PCI è nato quell’ibrido del Partito Democratico che racchiude il peggio delle formazioni politiche della Prima Repubblica. Lo spirito di “Mani Pulite” dovrebbe essere incarnato dal M5S che però non è stato, a oggi, in grado di esprimere una classe dirigente in grado di portare alta quella bandiera. Anche la memoria di quegli anni e di quell’occasione mancata sembra svanita se l’incontro per il 25esimo anniversario con Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo, organizzato lo scorso 7 febbraio presso il tribunale di Milano è andato praticamente deserto.
E cosa rimane di quella generazione che aveva in mano un nuovo mondo? Ben poco. Alcuni disillusi si sono omologati al sistema. Altri come i vari Renzi e Maria Elena Boschi ne sono diventati parte integrante e promotori. Molti altri, come il sottoscritto, sono andati via da un Paese che gli ha rubato il futuro giorno dopo giorno e hanno trovato una nuova casa in Europa o nel mondo. Noi abbiamo avuto la fortuna di poter dire come Diego Abatantuono nell’ultima scena di “Mediterraneo”: “Volevamo cambiare tutto, ma non ce l’hanno permesso”. Altri, i trentenni di oggi, non hanno questa fortuna e troppo spesso decidono di togliersi la vita. Siamo al punto di partenza. È tutto da rifare.