DRAGHI BATTE LA MERKEL, MA NON E’ CHE L’INIZIO

DI ALBERTO TAROZZI
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Per chi fosse poco interessato al calendario di incontri nei campionati minori (D’Alema/Renzi, Salvini /Berlusconi, Berdini/Raggi, senza dimenticare Franceschini/Orfini), ricordiamo come sono andate le cose nel big match di Champions tenutosi ieri a Berlino tra Merkel e Draghi.
Vittoria non del tutto prevista dell’ospite, con un buon margine per l’incontro di ritorno nel quale però Draghi non si potrà probabilmente avvalere della sua risorsa più valida (Qe, noto anche come Quantitative easing, giunto ormai alla fine della sua carriera).
Procediamo con ordine.
L’antivigilia del match aveva visto schermaglie che promettevano scintille: la Merkel promette in anticipo il suo progetto di Europa a due o più velocità, che significa, pare a tutti, rottura tra Paesi del Nord e Paesi del Sud con la palese intenzione di scaricare questi ultimi nella pattumiera della storia, come un inutile fardello in vista della Coppa intercontinentale (match Merkel/Trump prossimo venturo).
Gentiloni, da quel gran signore che è, abbozza, fingendo di cosiderare le due velocità come il permesso, ai più lenti, di marciare secondo le proprie forze.
Draghi è più ruvido, forse perché fiuta odore di rottamazione (senza Europa e senza euro cui sovrintendere, lui potrebbe andarsene in vacanza) e subito segnala che l’euro non si tocca.
Così, poche ore prima dell’incontro, Angela frena con un concetto sibillino. Niente doppio euro, ma le velocità plurime in Europa esistono e non si possono negare”.
Dopo di che incontro a porte chiuse e dichiarazione della Merkel che sembra un mix tra Berlusconi e Renzi dei tempi d’oro, quando attribuivano a un malinteso della stampa le loro inversioni di rotta a 360 gradi. “C’è stato un malinteso”.
Spiegazione possibile? Si riferiva all’Europa e non alla Ue. Il Montenegro magari fremerà di gioia, al pensiero di essere al centro dei pensieri della leader, ma forse le cose non stanno esattamente così.
Una merkeliana di ferro, come l’economista De Romanis avanza bonariamente l’ipotesi che le due velocità facessero riferimento alla questione dei migranti. Roba che se Angela lo viene a sapere le toglie il saluto, perché sarebbe come dire che ha confuso Draghi con il rappresentante dell’Unhcr (l’organo delle Nazioni Unite competente sulla queestione dei rifugiati).
Effettivamente i consensi della leader sul piano interno sono in calo proprio su quel problema, che sicuramente l’assilla, ma non al punto di rimbambirsi fino allo scambio di persona.
Più plausibili altre ragioni.
A dispetto dell’indebolimento di Draghi, visto che il Qe è agli sgoccioli, sarebbe la posizione della Merkel quella che ha subito, negli ultimi mesi, i contraccolpi più marcati.
Il problema fondamentale, per lei, è lo scontro prossimo venturo con Trump, preambolo di una guerra commerciale a due che potrebbe avere gravi ripercussioni economiche anche sulla politica interna della Germania.
A quel punto essere alleata dei Paesi del Nord (dall’Olanda all’Estonia) potrebbe non bastare.
Una regola elementare della realpolitik è che il nemico del mio nemico diventi mio amico e visto che anche Draghi non è amato oltre Atlantico vale la pena di fare, con lui e con la Bce, fronte comune, anche se in Germania l’italiano Draghi non è visto di buon occhio.
Su quali temi, migrazioni a parte?
Distinguiamo: una cosa è dire che la Merkel ha dovuto accettare per ragioni politiche le posizioni di Draghi, le sue intenzioni di marciare verso un’Unione bancaria, per tenerselo, buono; vero ma non basta. Forse però Angela ha anche avuto modo di capire che, in termini strettamente economici, uno scontro con la linea della Bce, il doppio euro e le due velocità, intesi come strappo del Nord dal Sud, non sarebbero stati poi così convenienti.
Tanto per cominciare, il Quantitative easing, oltre ad essere in fase di estinzione e a non dover costituire pertanto, argomento di accanite dispute, non ha portato solo danni alla Germania. Il surplus commerciale che vede la Germania violare indisturbata le regole dell’Unione, non è ostacolato dall’aumento della liquidità, che anzi ne costituisce un alibi; inoltre, i bassi interessi dei Fondi pensione tedeschi, che hanno alienato qualche simpatia al governo, non si innalzerebbero certo con una moneta euronord ancora più forte; ma è soprattutto l’export di Berlino che rischierebbe il crollo, se la moneta utilizzata da quelle parti fosse il frutto di una rivalutazione, speculare ai rischi di una megasvalutazione nella zona Sud.
Non a caso è possibile trovare un accordo tra punti di vista agli antipodi, come quello di Tremonti e quello di Varoufakis, sul fatto che solo un accordo politico tra tutte le nazioni Ue possa garantire da un disastro nel caso di una modifica dei rapporti dei singoli Paesi con l’euro.
Insomma, anche i Tedeschi, a partire dalla loro leader, sono tenuti a capire che la fobia storica nei confronti dell’inflazione non significa fare confusione sulle cause che la possono provocare: ai giorni nostri un aumento del prezzo della benzina conterà molto di più delle residue bombe di liquidità della Bce.
Anche se, si sa, le fobie sono dure a morire: noi, per conto nostro, abbiamo quella dello spread, un problema reale, certo, ma chiamato in causa a ragione come a torto. Basti pensare alle recenti virate di d’Alema di fronte a variazioni limitate, che per di più si stanno verificando ovunque in Europa e a volte più che da noi (vedi la Francia e il pericolo Le Pen). Mentre, tra l’altro, il vero problema non è lo spread in quanto numerino, ma semmai il tasso di interesse sui Bot decennali che rappresenta i costi reali della s/fiducia dei mercati nei nostri confronti.
Concludendo. Possiamo generosamente elargire la nostra comprensione alla leader di Berlino, per lo stato confusionale che ha determinato la sua sconfitta. I suoi populisti la stanno mettendo in stato d’assedio e dentro al suo partito i dissensi stanno crescendo e davvero in questo ambito la xenofobia montante è un dato allarmante di cui tutti dobbiamo tenere conto.
A questo punto però. il discorso va allargato: un testimone acuto quanto mai della realtà internazionale come Lucio Caracciolo, ci segnala che questo elemento di debolezza potrebbe vedere tangibili ripercussioni anche sul Mediterraneo: i Tedeschi, infatti, stanno aumentando sensibilmente le spese militari.
La frenata dei profughi sul corridoio dei Balcani non gli basta più. Possibile vederli, prima o poi, a pattugliare il Mediterraneo: uno scenario sinistro con un solo risvolto non negativo. Forse cominceranno a capire che quanto di tragico capita da anni nel Mare nostrum riguarda anche loro e le alleanze di oggi si potrebbero modificare. La partita, le partite continuano.