” QUANDO HO GETTATO LORIS NON CREDEVO CI FOSSE IL VUOTO, HO BUTTATO LA COSA PIU’ CARA CHE AVEVO” : LE PAROLE DI VERONICA PANARELLO

DI ANNA LISA MINUTILLO

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Storie di “ordinaria follia”, storie che ci fanno interrogare sulle fragilità umane, sui momenti di buio e di vuoto che spesso , troppo spesso si impadroniscono di personalità dai mille oscuri risvolti, storie che non possono essere giudicate perchè spesso non vengono comprese.
Molto labile il confine tra la follia e la realtà, molto forte il contrasto tra il pianto accorato di una presa di coscienza ancora non totale, molto difficile comprendere quali siano i meccanismi che scattano all’interno della mente.
Si rimuovono le emozioni più forti , gli atti crudeli e crudi forse per innescare una sorta di sistema di sopravvivenza che consenta di non impazzire totalmente, si dimentica per non morire oppure per condannarsi ad una sopravvivenza di dolore.
Troppo facile puntare il dito ed esprimere giudizi non richiesti che non tengono conto di tanti spaccati di vita, che non devono essere considerati come una muta “autorizzazione a procedere ” ma che non possono essere sottovalutati.
Non sappiamo chi fosse Veronica, come vivesse ne con quali situazioni incresciose si è trovata a fare i conti durante la sua breve vita di donna libera ma schiava delle sue silenziose insoddisfazioni.
Avrà lanciato segnali che sono rimasti inascoltati?, avrà dato mai la vera immagine di se?, avrà cercato di comunicare con chi faceva parte della sua vita?
Non lo sappiamo, sappiamo solo che questa storia è una storia che ci porta a vivere una tristezza immensa.
Tristezza per quel piccolo ed innocente bimbo che è stato privato del diritto di crescere e diventare grande.
Tristezza per questa anima persa tra i meandri dei suoi pensieri ed il giudizio di chi osserva e spesso non riesce a comprendere.
Chissà cosa è scattato quella mattina nella testa e nel cuore di Veronica, chissà cosa accadrà quando dovrà fare il punto tra ciò che è e ciò che avrebbe dovuto e potuto essere: una giovane madre , con una bella famiglia che è stata distrutta dal troppo silenzio interiore che si è messo a “giocare” con i fantasmi del suo vissuto.
Chissà se quella in cui viveva era realmente una bella famiglia e se soprattutto sia stata in grado di ascoltarla non limitandosi solo a sentirla.
Certo è che vedere
Veronica Panarello in questo video che racconta come si è disfatta del corpo del figlio Loris non può lasciare indifferenti ne i colpevolisti e nemmeno gli innocentisti perchè questa non è una gara ma solo una sommaria presa di coscienza e perchè del dolore bisogna sempre avere rispetto. In questi primi tragici momenti dell’interrogatorio presso il canalone dove venne ritrovato il corpicino del piccolo il tempo sembra fermarsi tra le lacrime e i dubbi di chi sostiene che Veronica stia mentendo. «Quando l’ho gettato non credevo che ci fosse il vuoto perchè non ho nemmeno guardato. Ora non merito di vivere, ho buttato la cosa più cara che avevo. Merito l’ergastolo». La donna è stata condannata a 30 anni per l’omicidio del figlio di 8 anni, avvenuto il 29 novembre del 2014.
Molti non riescono più a vivere dopo aver realizzato quanto hanno fatto le mani che regalavano carezze ed amore, quelle stesse mani portatrici di morte che cercano di riempire i vuoti esistenziali che hanno riempito le giornate sempre uguali di una vita che forse si desiderava diversa da ciò che era.
Situazioni delicate, su cui bisognerebbe muoversi in punta di piedi, senza erigersi a giudici e fermandosi a pensare che possono riguardare ognuno di noi, poichè tutti potremmo essere o diventare vittime di qualcosa di silenzioso che ci scava dentro e che non ci fa essere più ciò che eravamo.
Qualcuno sostiene che potrebbe essere un modo per attirare quell’attenzione mancata fino a quel momento, qualcuno si indigna ritenendosi una madre migliore, qualcuno infierisce senza rendersi conto che anche in questo caso emerge la debolezza dell’esprimere giudizi fino quasi a diventare violenti.
Veronica Panarello racconta di aver gettato il corpo del bambino già privo di vita nel canalone ma di non essere stata lei a ucciderlo, forse realmente non ricorda, forse sta cercando di voltare pagina, forse crollerà ma ogni giorno della sua vita dovrà fare i conti con l’essere stata una madre portatrice di morte che poco ha a che fare con il donare la vita.
Fermiamoci a riflettere e se non possiamo esimerci dai facili giudizi almeno non diventiamo a nostra volta carnefici che non uccidono materialmente ma con parole poco pensate.