SUICIDIO ASSISTITO NON E’ SINONIMO DI EUTANASIA

DI ALBERTO TAROZZI
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Non so prevedere quanto potrà ancora durare l’attenzione dei media sul caso dei suicidi assistiti in Svizzera o se si spegnerà, sovrastato dalle discussioni sui rigori dati alla Juve.
Sarebbe comunque un bene se fosse possibile un chiarimento sui termini che sono stati usati a capire le visioni del mondo che stanno dietro alle parole e a evitare di seguire il farneticare dei fanatici sui sentieri del loro fanatismo.
Personalmente credo di aver sentito parlare di eutanasia da almeno mezzo secolo e di aver verificato come dietro a tale parola si possano articolare strategie e leggi anche profondamente diverse tra loro. Ho sempre fatto fatica a dichiararmi pro o contro senza se e senza ma. Per meglio dire, non ho mai rifiutato l’ipotesi eutanasia nei casi in cui risultasse lesivo della dignità della persona sofferente la sua permanenza in vita. ma neppure ho mai accettato che l’essere favorevoli significasse ignorare i limiti di questa soluzione e il fatto che spesso tale soluzione potesse a sua volta indurre problemi che era come minimo doveroso prevedere.
In particolare non credo si possa ignorare che eutanasia significa un intervento attivo sulla sopravvivenza di una persona. Un intervento drammatico quando avviene senza un riscontro delle intenzioni dell’interessato.
Un intervento carico di angoscia, in una società in cui una quota crescente di ultra ottantenni in preda ad Alzheimer o a demenza senile spinge chi li cura a domandarsi se i protagonisti di quella follia vivano una vita degna di essere vissuta o ancora se sia così impietoso spendere tempo e risorse a prolungare il prologo li una morte a scapito di investimenti che potrebbero rendere migliore la vita di una generazione più giovane.
E peraltro mi sono chiesto, in anni più recenti, se non fosse un’eutanasia mascherata dalla miseria la soluzione al deficit crescente dei nostri enti previdenziali.
Senza moralismi, come chi non ha voglia di indignarsi di fronte ai video che vedono un anziano maltrattato perché non può dimenticare che, con maltrattamenti certo ispirati ad altri sentimenti, avevo fatto superare a mia madre, ingozzandola, una crisi che la stava portando alla disidratazione e che venne invece così superata, regalandole qualche anno di una decente vecchiaia.
L’eutanasia mi è sempre apparsa come una soluzione a volte necessaria, ma che comportava leggi la cui attuazione poteva determinare effetti perversi imprevedibili, con buona pace della supervisione di magistrati e di luminari della scienza spesso in dissenso tra loro.
A chi a suo tempo mi chiedeva quale fosse per me la soluzione mi sono sempre limitato a parlare di diritto al suicidio, come a qualcosa che rispettasse fino in fondo la mia visione delle cose.
Solo in anni recenti la parola suicidio è apparsa agli onori della cronaca come suicidio assistito.
Lo confesso, ho tirato un sospiro di sollievo. Finalmente potevo dichiararmi pienamente d’accordo con provvedimenti nei quali identificami senza ombre di dubbio.
Dietro il termine eutanasia stanno infatti leggi tra loro abbastanza diverse. una legislazione in materia è indispensabile, ma, tranne casi estremi, dovrebbe a mio avviso limitare le decisioni che non provengono dall’interessato. Ci sono casi, come quello di Eluana, che vanno sicuramente tutelati, ma ”eutanasia” come unica parola d’ordine suscita ambiguità e dubbi che potrebbero essere evitati.
In Europa, paese che vai eutanasia che trovi, invece di “adeguarci” (a chi?) sarebbe meglio che cercassimo una strada nostra senza amplificare le discussioni sui massimi sistemi là dove c’è bisogno di soluzioni concrete e ravvicinate.
Al contrario abbinare il diritto al suicidio (vale a dire una autodeterminazione che nell’eutanasia di per sé non necessariamente sussiste) alla legittimità del testamento biologico (che è anch’esso autodeterminazione a futura memoria) potrebbe condurre in termini relativamente rapidi al costituirsi di una maggioranza non ideologizzata per una legge che risolverebbe la gran parte dei casi cui non viene fornita risposta.
La vita appartiene a noi, non a chi ci sta sopra e determina ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è buono e cattivo, ciò da cui sei libero e ciò da cui non puoi liberarti.
Come ha scritto recentemente il filosofo Cristiano Bellei “Hanno tolto il nome Dio perché formalmente saremmo laici, ma sempre di paternalismo gerarchico a porte stagne si tratta”.