CHI HA VIOLENTATO IL POPOLO ITALIANO?

DI MATTIA SBRAGIA

Sento voci, voci, voci. Voci liberate, sregolate, supponenti e presuntuose. Voci che spiegano le spiegazioni. Che umiliano, che colpiscono, che pontificano. Che si affannano a giustificare e ad accusare prima di essere contraddetti. Che cercano di annullare, meglio se fisicamente, chi non professa la stessa idea o fede. Ma mi manca qualcosa. Si sta dicendo tutto ed il contrario di tutto per rimpallare la responsabilità di chi non ha saputo trascinare “il popolo” (che ancora esiste e non ha neppure cambiato nome a tutto oggi) dalla parte giusta. Come se si trattasse di un gregge amebico per cui non si nutre, non dico rispetto, ma proprio interesse. Uno scontro tra dotti letterati e giovani “regolettari” (istruiti personaggi che hanno per ogni falla una regola che non regola ma spesso falla più di ciò che deve sanare). Culture e non culture che si danno battaglia passando sulle teste, le case, i portafogli e le convinzioni ataviche delle persone normali. Quelle che messe tutte insieme, nel nostro immaginario, colto ed erudito, definiamo “popolo”. Pensiamo con altezzosa alterigia che i rigurgiti del nostro pensare, reso saccente dal rifiuto di qualunque confronto, siano sufficienti a determinare cosa, come e quando il “popolo” Italiano, vuole. Chi governa presume di saperlo per mandato “popolare” ma si guarda bene dal ricordare che, oramai, al voto non si può quasi più “votare” e i giochi del comando sono creati e tenuti insieme da personaggi non “eletti” che si circondano di “eletti uso interno” a volte totalmente sconosciuti fino al primo avviso di garanzia. Risultato di una costante, logorante, lunga manovra tesa a desautorare la funzione di “voto” al fine di mantenere uno status quo inalterabile ed immutabile a proprio uso e consumo.A spese del “popolo” che ha la immarcescibile colpa e responsabilità di essere tale: “popolo”.  Dall’altra parte esiste un folto manipolo di persone che, raggiunta la laurea e toccato un sufficiente livello di “conoscenza culturale” (notare bene che non stiamo parlando di cultura ma di semplice nozionistica) si sente investito della divina autorità ad esprimere le proprie più insufficienti convinzioni per “cambiare” ciò che le chiacchiere non hanno mai cambiato: il sistema di gestione del “popolo” Italiano.

Io credo fermamente che nessuno, oggi, in tutto il paese, sappia dire chi è il “popolo” Italiano.

Non possono saperlo certo quegli scrittori che si affannano per definire l’accettabilità o meno di presunte orde barbariche (definite gentilmente “Borgatari”) che calano dalle, oramai sterminate, periferie (termine e definizione di  insulto razzista tra i più invalicabili) venuti a palesare, nel sancta sanctorum del “centro” i risultati fisiologici dell’annullamento della cultura, della gestione sociale incapace, dei preconcetti visionari, dello sfruttamento colpevolizzante (non solo ti sfrutto ma ti ritengo anche colpevole di lasciarti sfruttare) venuti a far sentire che esistono, al di fuori delle stalle. Illudendosi così di sentirsi parte di ciò che non saranno mai. Certi scrittori li amano e li guardano come si potrebbe osservare un bimbo discolo ma non proprio, e certi altri li ritengono una bruttura da cancellare. Loro e gli “altri”. Il famoso “io so io e voi… nun sete un ca…”

Ebbene, vi apro un segreto. Quello è il popolo. Ed è cresciuto a misura di come è stato nutrito ed accudito. Certo, chiarisco per gli intrepidi cap’e’ferro, i “borgatari” non sono TUTTO il “popolo” di questo paese. Ci sono mille sfaccettature delle tessere che compongono il “fisico” concetto di “popolo”. I Travet, i Terun, Gli ‘Gnurant, i non ricchi, i “mai visti” che vivono nello stesso, grande e piccolissimo stanzone, che pomposamente chiamiamo Nazione. Denominazioni d’altro secolo e millennio ma che ancora definiscono bene la chiara separazione esistente. Forse loro non sono “popolo”. Ma non lo sono più nemmeno i poveri transfughi che ai tempi dei nonni furono obbligati a lasciare le terre per abitare le nascenti città dormitorio, cucite da disinvolti “palazzinari”, intorno ai cuori sacri delle prime città. Quelli che si sentono superiori per essere diventati dei “borghesi piccoli piccoli” col diritto di prelazione al miglioramento dalla vita pastorale. Ma allora chi è il nostro “popolo”?

Sono arrivato alla ferrea convinzione che chi “chiacchiera”, in questo paese, non è parte del “popolo” e ha di esso una visione ottocentesca, da latifondista, da “parun co li beli braghi bianchi”. Anche se non sono più padroni di nulla. Neppure del passato da cui discendono e che vogliono cancellare negli altri per preservarlo da soli per se. Estranei spuri che infettano ciò di cui hanno preso possesso per arricchirsi personalmente (e non tornare così, mai più, ad essere nuovamente parte di quel “popolo” da cui, volenti o nolenti da sempre provengono e che il destino li ricaccerà ad essere) presuntuosi dei proventi dei loro “servigi”.

Il tempo è passato, i millenni scorrono e la storia si traveste da ignoranza e scorre placida in questi sussulti dell’ultimo brandello di vita contadina che ha tenuto insieme questa nazione.

Quel “contadino” che rifiuta ogni cambiamento perché conosce e vuol conoscere solo il mutare delle stagioni, il crescere ineluttabile di un seme piantato (e che crescendo restituirà il primo seme, per potere piantarne altri ma non lontano dal primo. Altrimenti non funziona). Questo ancora governa e questo ancora lega il “popolo” nel nostro paese.

Noi abbiamo smesso di educare il nostro essere “popolo” perché credevamo che fosse sufficiente aver valicato il terzo millennio per pensare di essere nel futuro. Avere un titolo di studio per essere “sapienti”. Teniamo il telefono in tasca, ma è sempre lo stesso telefono che i nonni avevano attaccato al muro nel corridoio di casa. Abbiamo ridipinto il muso a concetti, soggetti ed oggetti convinti che questo era “essere avanti”. Ma ci siamo fermati come un sasso caduto in terra proprio quando abbiamo cominciato a presumere che il nostro paese fosse fatto di “aventi diritto” e di “non aventi diritto”. Di uomini e non uomini. Di giusti e terra sporca. Capire questo e riprendere il filo del cammino “comune”. Questa è la strada per risollevare un paese che non sa più chi è. Questo dev’essere il nostro compito futuro. Altrimenti non sarà servito a nulla, capire, conoscere, ragionare e vivere. Perché non ci sarà più futuro, non più un Paese, non più Nazione.