CONVOCATO PER OGGI IL CDA ALITALIA: CHI RACCOGLIERA’ I COCCI?

DI VIRGINIA MURRU

virginia-murru-alga

 

In tarda mattinata si riunirà il Cda di Alitalia, ma i ‘margini di manovra’ sono strettissimi dopo il rigetto del pre-accordo emerso dal referendum. In prospettiva sempre l’idea del ‘salvataggio’, anche se le scialuppe a disposizione del governo sono ormai esaurite.
Lo ripetono i tre ministri coinvolti nel travagliatissimo accordo del 14 aprile: “escluse misure di nazionalizzazione”, si potrà al massimo aumentare il numero del personale che beneficerà degli ammortizzatori sociali. La Cassa integrazione aveva previsto nel pre-accordo che fossero mille i dipendenti ad averne diritto.
In ogni caso, il ministro del Lavoro Poletti, già su questo punto mette le mani avanti, e fa sapere che non vi è certezza sulle risorse del Fondo trasporto aereo, al quale la compagnia è ricorsa in tanti frangenti, pertanto sono garantiti solo gli ammortizzatori ordinari.
Sono giorni di bufera per tutte le parti in causa, la bocciatura del nuovo Piano industriale è stata considerata irresponsabile un po’ in tutti gli ambienti vicini alle travagliate vicissitudini dell’ex compagnia di bandiera.
Dunque aria di allarme e grande fermento, ma nessuno si aspetta il miracolo dell’ultima ora. Solo l’acquisto dell’azienda da parte di Lufthansa potrebbe rianimare una compagnia che nel volgere di un decennio è letteralmente passata dalle ‘stelle alle stalle’ in termini di competitività, in un mercato internazionale che è diventato un’autentica giungla, con ‘caimani’ a fauci spalancate che spuntano ovunque.
In ogni caso, se Lufthansa, che negli ultimi anni ha sempre disdegnato un possibile rapporto ‘parentale’ con Alitalia, si decidesse a rilevarla, non sarebbe un passaggio ponte indolore. I tedeschi non scenderebbero a compromessi con i sindacati, e sarebbero di certo meno remissivi di Etihad.
Oggi, in epoca di globalizzazione, non si sopravvive nelle sfide internazionali con il ‘buonismo’, e ancora meno con i rammendi dell’ultima ora. I tedeschi questo lo sanno bene, e pertanto, un’eventuale entrata in scena, sarebbe a condizioni ben precise, e i tagli questa volta sarebbero da mannaia, senza scrupoli per nessuno, pur di riportare la compagnia nella strada della redditività.
Anche i sindacati hanno disapprovato in toto l’atteggiamento irresponsabile dei dipendenti, che hanno votato con la convinzione che avrebbero ottenuto condizioni migliori, usando il voto come un mezzo ricatto. Che altro concludere, visti gli sforzi enormi da parte di un’azienda dissanguata su tutti i fronti, che comunque tenta di agitare le ali per rialzarsi faticosamente in volo? Alitalia non si può più permettere i privilegi di un tempo, ma pare che quel 67% che ha detto ‘no’ al pre-accordo, intendesse proprio rientrare in quell’ordine d’idee, e non si accontentasse del salvataggio, ossia ‘tanto’ in questo momento, ma ambisse al ‘troppo’. Ma come?
Un’intervista del quotidiano Libero ad un’ex fly assistant Alitalia, rende l’idea dello stile di vita che conducevano i dipendenti della compagnia, un darsi ai bagordi e agli sperperi nella più assoluta scelleratezza, con trattamenti che, in definitiva, solo le classi più abbienti potevano permettersi tra la fine degli anni ’70 fino ai ’90 compresi.
Estrapolando qualche testimonianza dell’ex assistente di volo (intervista rilasciata a Libero) si comprende che i tanti mali di Alitalia vengono da lontano, e da una gestione che definire ‘mismanagement’, non è neppure appropriato:
“ La diaria di missione era così ricca che non riuscivamo a spenderne neanche un terzo, eravamo già spesati di tutto, mangiavamo a bordo, la diaria ce la mettevamo in tasca. O gli alberghi. Credo che Alitalia si facesse una questione di immagine di non scendere sotto al cinque stelle. A Milano ci faceva dormire al Gallia, che all’epoca era uno degli alberghi più lussuosi della città; d’estate, quando c’ era il volo su Rimini, si dormiva al Grand Hotel, quello di Fellini. Ma il bello era quando si andava all’estero”.
E precisa al riguardo:
“le mete preferite per noi personale di bordo erano quelle sudamericane, soprattutto di inverno, quando lì è estate. Prima di ripartire per l’Italia avevamo diritto a quattro o cinque giorni di pausa, praticamente una vacanza tutta spesata. Se atterravamo a Caracas venivamo ospitati in un albergo indimenticabile, con la piscina e la spiaggia privata, non oso immaginare quanto costasse. Ma come si poteva andare avanti così?”.
Ecco, appunto, “ma come si poteva andare avanti così?” Miliardi e miliardi sperperati in lussi inauditi, e fiumi di denaro che scorrevano sotto i piedi del personale, che inevitabilmente si chiedeva il perché di tutti quei privilegi.
Certo, Lufthansa, ora sarebbe quanto di meglio si possa sperare, ma c’è da credere che i tedeschi ci penseranno mille volte prima di affrontare un’avventura così piena d’incognite. E resterebbe comunque la delusione, quasi il senso di umiliazione per l’Italia, che non è stata in grado, in tanti anni ormai, di dare una svolta decisiva alla solida ripresa del vettore.
Il ministro dei Trasporti Delrio dichiara che alla soluzione della vendita non vi sarebbero preclusioni, e sarebbe forse la sola via percorribile, in fin dei conti. Concorda anche il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda.
E’ stato considerato anche una sorta di prestito ponte per assicurare una gestione di almeno sei mesi, garantendo intanto la continuità dei voli, e meno disagi alle migliaia di passeggeri che hanno già acquistato un biglietto. Si parla anche di ricorso alla Cassa Depositi e Prestiti, ipotesi avanzata da Susanna Camusso, che fa parte della ‘schiera’ dei delusi dall’esito del referendum, ma per il momento non c’è nulla di definito.
E’ evidente il disorientamento, semmai, soprattutto dei dipendenti, in particolare di quel 30% che voleva starci dentro la compagnia, alle condizioni fissate dal pre-accordo, e ha votato ‘sì’ alla consultazione referendaria. Sono le ‘vittime’ che più meritano attenzione in questo momento.
In un’intervista al Corriere della Sera, dice la Segretaria della Cgil Camusso:
“Se ci fossero nuove condizioni, di fronte ad una seria prospettiva industriale e a un futuro aziendale, forse, anche i lavoratori, sarebbero disposti a giocare una nuova partita”.
Ma è chiaro che un sindacato non può spingersi oltre in questioni ‘tecniche’, che spettano ai vertici dell’azienda. Più ottimista sembrerebbe il presidente di Confindustria, Boccia, che non ritiene impossibile la soluzione dei problemi della compagnia, e il suo rilancio.
Si fa strada davvero l’ipotesi di un acquisto da parte di Lufthansa, caldeggiata anche dal Movimento 5 Stelle, ma sarebbe comunque a condizioni ben precise. Rileverebbe Alitalia a costo zero, e solo dopo il dichiarato fallimento. E sceglierebbe i cocci migliori di questo grande giocattolo rotto, per esempio quella quarantina di aerei di effettiva proprietà dell’azienda, e non sarebbe più tenera nei confronti del personale.
Gli esuberi sarebbero considerati dalla compagnia tedesca, ben più consistenti rispetto a quelli che i vertici Alitalia intendevano sacrificare prima della firma del Verbale: ossia i due terzi del totale. Una mannaia ben più pesante.
Ma allora resta da chiedersi: sarà stato conveniente quel ‘no’ ‘sparato’ sull’urna come un ordigno, che ora implode proprio su chi ha voluto scommettere al rialzo?