MIA MADRE: IL DELICATO SGUARDO DI NANNI MORETTI

DI ANTONELLA CORI

Mia madre, l’ultimo film di Nanni Moretti è diventata anche la nostra madre. Un film che tocca corde profonde con assoluta delicatezza, perché non c’è cosa più difficile che trattare un tema profondo e familiare ad ogni essere umano e correre il rischio di cadere nella retorica o ancor peggio nel luogo comune.

Bello ritrovare quel linguaggio che tutti speriamo di sentire quando andiamo a vedere un film di Nanni Moretti, ma con una delicatezza che ci lascia in un silenzio di riflessione durante tutto lo scorrere del film, fino alla fine, quando le luci si accendono ed il film continua ad esistere dentro di noi. Sempre in silenzio ci si alza e si rispetta il dolore del film, che è anche il nostro dolore.

La storia della malattia di una madre viene raccontata attraverso gli occhi di una donna, quelli fragili ma intensi e quindi anche forti di Margherita Buy. Lui Nanni è più silenzioso dentro il film, fa raccontare tutto a lei, perché forse gli servono gli occhi di una donna per spiegare ed elaborare questo dolore fatto di ricordi che si mischiano alla vita, quella di ogni giorno: quella che dobbiamo continuare a vivere malgrado un dolore che l’afferra e la trasforma.

La morte di una persona cara non è solo dolore per la stessa, ma anche consapevolezza che arriverà presto o tardi, e che ogni morte intorno a noi è anche un po’ la nostra, un pezzettino che se ne va via con quella persona.

La confusione che genera l’avvicinarsi di questo evento è la parte più interessante, quella sensazione di smarrimento e di difficoltà a riconoscersi in quello che facciamo, perché quello che siamo è anche frutto dell’amore e dell’educazione di un genitore. Margherita sogna , si muove attraverso i ricordi di frasi scambiate con sua madre, di momenti passati, non solo belli, ma che hanno rappresentato qualcosa di significativo. Margherita si prepara al distacco fisico con la madre, è per questo che incomincia a ricordare e a mischiare il ricordo con le sue sensazioni più intime. Un tubo rotto che allaga la sua casa, la porta nel cuore della notte in quella della madre, dove lei si muove con difficoltà, non trova le cose che le servono e scoppia a piangere davanti ad uno sconosciuto che una mattina le piomba dentro casa chiedendole una semplice bolletta, ma che lei non riesce a trovare negli spazi organizzati dalla madre, si sente smarrita, la pervade un senso di abbandono che la fa sentire come una bambina che perde la mamma dentro un centro commerciale.

In “Mia madre” c’è l’opportunità che nella confusione del dolore ci dà la possibilità di riconoscere e andare a fondo, dandoci consapevolezza, perché il dolore ci umanizza e ci dà prova di poter sopportare quello che siamo, senza preoccuparci troppo delle nostre fragilità, perché il nostro interesse si sposta decisamente su quello che pensiamo e siamo e non su quello che pensano gli altri di noi.

Pubblicato il: 30 Apr, 2015 @ 03:26

 

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