A SALUZZO LA STORIA DI GIOVANNI DAMIANO, UN FIGLIO CHE NON SI E’ ARRESO ALL’ITALIA DEL MALAFFARE

DI NANDO DALLA CHIESA

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Cercare le storie in provincia. Lo dicono i grandi scrittori e hanno ragione. Prendi Saluzzo, per esempio. Provincia di Cuneo, 17mila abitanti. Portici, geometrie e cioccolato prezioso. Montagne e frutteti. E un grande passato partigiano. Qui ho scoperto una storia incredibile, della quale non avevo mai sentito parlare. Me l’ha raccontata un signore sui quaranta con la barba. E’ la storia di suo padre e di un contesto da paura. Si chiama Giovanni Damiano, questo figlio che non si è arreso e che il Comune ha avuto la sensibilità di chiamare a parlare sul palco del 25 aprile. Con calma, tenendo per mano il bimbo più piccolo, offre l’ennesimo ritratto dell’Italia del malaffare e dei suoi funzionari per bene.
“Provo a spiegarglielo in pochi minuti. Mio padre si chiamava Amedeo. Era nato a Milano nel ’39, figlio di Andrea”, racconta come un archivista commosso, “era un giornalista del Corriere della Sera amico di Montanelli e Vergani, e di Maria Alessandra Canegallo, insegnante per quarant’anni di materie scientifiche in un liceo milanese. Mio padre era venuto a fare il militare a Saluzzo negli anni 60 e qui conobbe mia mamma. Si sposarono e andarono a Milano, dove siamo nati mio fratello Andrea ed io. Poi tutto cambiò con Piazza Fontana. Quando i vetri del suo ufficio milanese che davano sulla piazza vennero distrutti dall’onda d’urto della bomba, mio padre prese una decisione drastica. Si trasferì a Saluzzo, nella provincia che prometteva serenità. Si impegnò in politica, divenne dirigente della Democrazia cristiana cittadina e verso la metà degli anni ottanta fu chiamato alla presidenza dell’Unità Socio Sanitaria Locale.”
Qui Giovanni Damiano si ferma e prende quasi la rincorsa, sa che non mi può dire tutto quello che pensa. Altro che serenità. “Trovò un ambiente difficile, dove alcuni baroni spadroneggiavano nella sanità ospedaliera, alla continua ricerca di vantaggi personali. C’erano in ballo interessi economici importanti, legati allo sviluppo della struttura sanitaria… A farla breve, mio padre, persona poco incline al compromesso, finì per essere di ostacolo soprattutto ai piani dell’allora direttore sanitario… La sera del 24 marzo 1987 venne ferito sotto casa da due sicari, che gli spararono diversi colpi a una gamba, lo presero anche in altre parti del corpo dopo la sua reazione, e scapparono verso Torino. Mio padre passò cento giorni d’inferno paralizzato dalla vita in giù, per poi morire il 2 luglio di quell’anno per un’embolia polmonare in una clinica vicino Bologna.  Dopo circa un anno un bravo pubblico ministero bolognese – il dottor Alberto Candi – fece arrestare tre criminali e il direttore sanitario. Si era trattato, spiegò, di una “gambizzazione andata male”, “maturata negli ambienti della sanità saluzzese”. Poco dopo però gli autori dell’agguato vennero rimessi a piede libero da un altro magistrato, e quindi condannati definitivamente per omicidio preterintenzionale (loro, non il presunto mandante)…”.
A Saluzzo questa storia fece impressione, tanto che uno storico locale, il professor Sergio Anelli, ne scrisse un libro, “Omicidio in danno del dottor A.” che mise la lente di ingrandimento su una vicenda giudiziaria da antologia. “Il bello”, continua il signor Damiano, è che diversi atti del processo “hanno sottolineato come i sicari frequentassero una discoteca nel saluzzese, di cui era titolare proprio il cugino del direttore sanitario. E come quest’ultimo avrebbe proposto al parente di far punire mio padre. Il motivo? Era d’intralcio ai loro interessi, era un ‘rompicoglioni’, uno che non voleva sentire ragioni…”. A questo punto Giovanni Damiano mi fissa. “Ha capito? Una persona retta, in un ambiente marcio, non a Locri o a Bagheria, ma nel cuore della sana provincia del nord ovest…E le aggiungo che la mia famiglia non ha mai ricevuto una lira di ristoro dallo Stato. Mia madre -con una pensione di reversibilità di circa 230 euro al mese- ha dovuto crescere da sola quattro figli. Ufficialmente mio padre non è morto per cause di servizio. Però io dico che è morto per difendere l’interesse pubblico. E credo che si dovrebbe avere il coraggio di definirlo una vittima del dovere, di una specie di mafia subdola e vigliacca. Sia chiaro: non chiedo nemmeno un centesimo, nessun vantaggio economico. Ma è possibile riconoscere che Amedeo Damiano, presidente della Ussl di Saluzzo, è stato una vittima del dovere? Almeno per dire, anche ai miei figli, che persone come lui sono gradite a questo Paese. Non chiedo altro.”
(scritto sul Fatto Quotidiano del 29.4.17)