ONG: UNA STORIA DI MEZZO SECOLO CHE NON VA RIDOTTA IN CHIACCHIERE

C’è un tempo per prendere posizione e un tempo per approfondire. Oggi, sul tema ong è tempo per ambedue le cose.
Dietro all’attacco alle ong, c’è un rituale periodico di chiacchiere ben noto, per chi le conosce da oltre trent’anni: prendersela con l’anello debole di una rete di operazioni a volte più che discutibili, col risultato di buttare via il bambino tenendosi l’acqua sporca.
Prendere posizione è indispensabile per salvare il bambino, vale a dire chi, nella scarsa presenza delle istituzioni nazionali ed europee, si fa carico del salvataggio delle vite umane, in un vortice di interessi spesso loschi che qualche schizzo di melma te lo può pure scaricare addosso.
Giù le mani dalle ong, dunque, prima di tutto.
Dopo di che approfondire è indispensabile in questa battaglia mediatica dove ti costringono a dire bianco (tutto bene) oppure nero (tutto male), o al massimo grigio chiaro (bene, anche se qualcuno….) e grigio scuro (male, fatto salvo chi…).
Il bene e il male come pre-giudizi che impediscono di capire.
Magari nel tutto bene o tutto male il giudizio positivo converge solo su alcune, come se di loro si sapesse tutto.
Quando invece, anche loro, vivono le contraddizioni di un mondo in cui la cattiveria e l’avidità non sono circoscrivibili come meglio ci piace.
Ho visti, per ragioni professionali, nella stessa ong, progetti che dovevo valutare e che funzionavano a meraviglia, grazie al cooperante che ci metteva passione, competenze e impegno e poi, un anno dopo, cambi progetto, cambi cooperante, frutto di una scelta sfortunata, e la valutazione si ribalta.
Vallo a spiegare agli sparacazzate che tutto conoscono a un tanto al kilo.
Sento l’intervento del rappresentante di Medici senza frontiere e vorrei averlo fatto io, ma mi permetto di dire che, nella storia di quella ong, non tutto mi aveva entusiasmato, anche se Salvini, bontà sua, per dimostrarsi di larghe vedute, gli fa tanto di cappello.
La storia delle ong è lunga: posso dire di conoscerla da quando, pronunciando la parola “ong”, qualcuno mi chiedeva se mi riferissi a una tribù africana.
Le prime, di matrice cattolica e di supporto al mondo delle missioni, cominciano a prendere piede nelle parrocchie del veneto a cavallo tra i 50 e i 60 (la prima in assoluto, il Cuamm di Padova, di alto profilo, preparava i medici che dovevano affiancare le missioni già nell’anteguerra, quando il termine ong non esisteva).
Poi vennero gli anni del 68 e dintorni, la contestazione che si porta dietro la legge sul servizio civile. Lavorare nella cooperazione allo sviluppo come volontario è titolo per sostituire il servizio civile alla naja. La cooperazione e il volontariato internazionale si tingono di rosso e affiorano antiimperialismo e antimilitarismo come parole d’ordine.
Affiorano gli orizzonti alternativi con gli anni 80 e i successivi. Dopo il bianco e il rosso affiora il verde dei progetti che si confrontano con le altre culture senza la pretesa di esportare il modello della nostra civiltà industriale, centrata sulla crescita puramente economica.
Un’altra nicchia che contiene lo spirito dei nostri tempi e che si raffronta col sud del mondo.
Dappertutto il volontariato, con i suoi pregi e difetti di sempre: la passione e un tanto di improvvisazione, il desiderio di fare dono delle proprie competenze e le infiltrazioni di chi, qui come ovunque, cerca l’occasione per fare come i topi nel formaggio, anche se di formaggio non ce n’è mica tanto.
Ad ogni epoca le sue polemiche, spesso le solite, che cambiano soltanto d’abito.
Pannella, negli anni 80, sfreccia all’orizzonte, con la sua legge contro la fame nel mondo. Spara sulla cooperazione allo sviluppo e sulla Farnesina, luogo di inettitudine, ma col suo appello a fare in fretta, in ragione dell’emergenza, finisce che gli aiuti non vengono più monitorati e al sud finiscono avanzi e prodotti inadatti.
La cooperazione prosegue per la sua strada, facendo i conti con Andreotti e De Michelis: a volte i conti tornano e a volte no.
Arriva la globalizzazione, che sarebbe poi la caduta del muro e dell’impero sovietico. Il mondo non è più diviso in due come una volta. C’è chi parla di governo mondiale.
Già ma al governo chi ci deve stare? Chi il potere ce l’ha non te lo regala, tutt’al più cerca di arricchirlo col tuo consenso.
Sono gli anni in cui potere comincia a significare capitalismo finanziario, anzi Casinò Kapitalismus, come a dire che diventa ricco non chi, nel frattempo, ingrandisce la torta, ma solo chi vince mentre tu perdi: il gioco è a somma zero.
La cooperazione allo sviluppo si riposiziona. Vivo all’Ocse, professore in visita, quelle giornate del 1991.
Fondo monetario internazionale, Banca mondiale si comportano come i nuovi governatori.
Gli Stati nazionali, pedine della partita a scacchi in un mondo bipolare, sono di impaccio.
Ma se questa è la logica della finanza pubblica vi potete immaginare come si comporti la finanza privata, un nome nuovo su tutti, Georg Soros, quello che fa gli affari sfasciando gli Stati, di preferenza gli Stati un po’ più corrotti e quelli che maltrattano le minoranze, ma se è il caso tutto fa brodo.
La cooperazione si basava sul rapporto tra Stato del nord e Stato del sud, si chiamava bilaterale. Adesso non è più di moda, diventa multilaterale (i superesperti si azzardano pure a definirla multibilaterale). Gli Stati nazionali un po’ in ombra.
Il consenso va ottenuto non più dai credenti o dai militanti, ma da una moltitudine di individui che rivendicano eguaglianza di genere, soddisfazione dei bisogni fondamentali e aria pulita. Sfogli i capitoli di spesa della Banca mondiale e trovi i finanziamenti per progetti sul gender, i diritti umani, l’ecologia. Nel frattempo il capitale finanziario dilaga.
Clinton fa saltare la distinzione tra le banche in cui depositare i risparmi e quelle in cui fare speculazione, Gli altri si adeguono, i gambler si moltiplicano.
C’è un tizio in Francia, che nel 1991 dichiara che la carità è diventata un business (Charité business un suo pamphlet). Tutti corrotti meno lui. Si chiama Kouchner e fonda Médecins sans frontières e in breve tempo diventa la ong più gettonata in Europa da chi i soldi ce li ha.
Conosco tanti cooperanti di Msf persone di grande spessore, ma Msf è nata così, il peccato originale vale anche per lei.
La “vecchia” cooperazione sotto attacco concentrico per colpe reali e presunte: i volontari e i cooperanti criticati dalle ong del sud (“Ci venite a insegnare cose che già conosciamo”), anche i missionari sollevano dubbi (“Volete saperne più di noi che viviamo al sud da anni”).
C’era una volta la cooperazione che era occasione d’incontro tra il nord e il sud, adesso viene quasi esorcizzata, nascono le ong senza volontari, alcune ottime.
I fondi alla cooperazione dello Stato italiano, allo 0,4 del Pil nel 1989, calano in picchiata: perché mai finanziare gente così chiacchierata quando si tratta di soldi che non producono consenso e neppure voti?
Si scende allo 0,2% del Pil, addirittura allo 0,1% con un governo di centro destra che nel frattempo di fronte a qualche migrante di troppo, comincia a dire “Aiutiamoli a casa loro”. Già ma come? Probabilmente con una pacca sulla spalla.
I conti non tornano per le ong e così la cooperazione va alla guerra, umanitaria naturalmente. Dicono che non riferiscono tutto quello che vedono; da dimostrare, caso per caso, ma pare che siano solo loro, i pesci piccoli, a ricavarci un utile.
Nel frattempo Kouchner, uscito da Msf, diventa Commissario in un Kosovo finanziato più dell’Africa intera, dopo la guerra. Non tutti sono entusiasti della sua gestione.
Arrivano i giorni della crisi, dopo una breve primavera col secondo governo Prodi. Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio, Ministro del governo Monti, evita la totale scomparsa, ma ormai si continua a navigare sullo 0,2% del Pil, vedi i dati previsionali del 2017, come se fosse un successo.
Gl immigrati aumentano, quelli forzati dagli eventi, negli anni della crisi, fino ai profughi, cavalieri dell’Apocalisse dei nostri giorni, tra intralci burocratici e infiltrazioni malavitose vere e proprie.
Se vuoi evitare le seconde e stai sulle norme senza toccare una virgola allora ti dicono che sei inefficiente e inconcludente. Se non fai il pignolo per concludere qualcosa di positivo, come Mimmo Lucano, sindaco di Riace messo sugli altari dalla rivista Fortune, allora scoprono che non hai rispettato alla virgola qualche protocollo e ti trattano come se fossi Carminati.
Chiedo a un’associazione se non sia possibile risparmiare nelle spese affidando ai profughi i costi di lavanderia, col rimborso del sapone. Mi rispondono che sarebbero guai, perché le spese per la lavanderia devono essere destinate a una ditta vincitrice di un bando pubblico. Auguri.
La fortezza Europa è diventata polo di attrazione, non la puoi cancellare, come oggetto del desiderio (in termini tecnici “pull factor”). Le ong ci sono di mezzo, tra la Libia e la Sicilia.
La traversata diventa business, come quando la domanda cresce.
Si parla dell’interesse di Soros, di grandi e piccoli manovratori.
Chissà perché, ancora una volta le ong, i pesci piccoli, ci vanno di mezzo. Perché più visibili, perché più deboli.
Pregiudizialmente sotto accusa, accuse ancora da dimostrare, un film già visto, e dunque pregiudizialmente vanno difese. Anche da accuse che magari qualche volta possono meritare, perché finanziate grazie a qualche compromesso di troppo, perché a volte la disinvoltura confina con l’incoscienza e costituisce reato, comunque da dimostrare.
Ma oggi si deve stare con chi salva le vite umane, quando l’alternativa è la morte.