ROMA TRA GIORNI DI ABBANDONO E QUELLI DI “DECORO”

DI VALERIA CALICCHIO

 

A fine serata qualche considerazione triste sulla città che ho scelto come seconda casa 4 anni fa: un uomo a terra, morto, per il decoro dicono. Non si capisce, non è chiaro, ma c’è ancora il suo sangue sul Lungotevere. Un esponente politico che chiede di sospendere la mensa serale della Caritas, sempre per il decoro. I clochard sono brutti, puzzano e poi la sicurezza è importante. Una rampa per disabili di un locale, a duecento metri da casa mia, che verrà rimossa (sempre per il decoro). Forse per decoro si potrebbe rimuovere anche la carrozzina del proprietario, non fa una bella figura in quell’angolo tanto cool del Pigneto. I migranti della Tiburtina, rimossi anche loro come stracci, spostati sotto i ponti, per strada, ma dove nessuno può vederli. Sempre per il decoro, possono pisciare, ma non dobbiamo sentirne la puzza. Intorno a questa brutalità le maestre dei nidi assunte la mattina e licenziate la sera, gli asili al collasso, i servizi dei municipi tagliati (dai disabili agli anziani). E le buche, la monnezza i trasporti diventati elementi di folklore quasi. In una città sempre più inospitale, inumana, fredda, cattiva. Un’autopsia a cielo aperto. “Mamma Roma addio” diceva qualcuno. Chissà che avrebbe detto in questi giorni di abbandono, in questi giorni di decoro.