SCIOPERO GENERALE IN BRASILE: “GREVE GERAL, FORA TEMER”

DI MARCO ERCOLI
Uno sciopero ha paralizzato le maggiori città del Brasile per 24 ore nella giornata di venerdì 28 aprile, in opposizione all’approvazione alla Camera dei Deputati della riforma del lavoro e della previdenza sociale voluta dal governo di Michel Temer, ora in fase di approvazione al Senato Federale. La riforma, incentivata e plaudita dalla Confederação Nacional da Indústria prevede l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 62 per le donne (c’è da considerare come in Brasile l’aspettativa di vita si aggiri intorno a 73 anni a livello nazionale mentre a livello locale in alcune regioni rurali sia di appena 65 anni, e quindi molti lavoratori di fatto moriranno senza essere andati in pensione), la decurtazione delle pensioni di reversibilità, il blocco del tetto della spesa pubblica per i prossimi 20 anni, la fine della contribuzione sindacale obbligatoria, l’esclusione dei rappresentanti sindacali dalle procedure di licenziamento, la prevalenza della contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale e rende più difficile il ricorso ai tribunali del lavoro, modificando in maniera profonda lo statuto dei lavoratori. Come è evidente la riforma porta avanti un duro attacco alla classe lavoratrice e allo stato sociale, effettuando pesanti tagli alla sanità e all’istruzione, favorendo sempre di più le privatizzazioni e le esternalizzazioni, il tutto a chiaro vantaggio delle imprese, in un paese che vive una crisi profonda e in cui i disoccupati secondo l’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística ammontano già a 14,2 milioni, con il tasso di disoccupazione che si attesta alla quota record del 13,7%. La risposta organizzata dei lavoratori e dei sindacati è sfociata nello sciopero generale, il primo in Brasile dal 1996, a cui hanno aderito un centinaio di sigle sindacali e che ha visto la partecipazione di numerose categorie di studenti e lavoratori, sia pubblici sia privati, tra cui lavoratori dell’industria, dei trasporti, dei servizi, bancari, impiegati, insegnanti e dipendenti della sanità. Lo sciopero ha portato alla chiusura delle principali arterie di comunicazione urbana e tra i vari stati federati, oltre che di porti e di due aeroporti a San Paolo, nonché il blocco delle produzione in diverse importanti fabbriche metallurgiche.
In questo contesto il Partito Comunista Brasiliano, che si è opposto alla politica conciliatoria di Dilma Rousseff e a quella reazionaria di Temer, vede nello sciopero del 28 aprile l’inizio della controffensiva dei lavoratori alle politiche antipopolari portate avanti dal governo. Qui di seguito il comunicato del Partito Comunista Brasiliano riguardo lo sciopero: «In tutto il paese, nelle principali città e capitali, ci sono state grandi manifestazioni, picchetti, blocchi e proteste nelle strade. Da nord a sud, lavoratori e lavoratrici hanno bloccato le strade, chiuso autostazioni, porti e perfino aeroporti. Nonostante un forte blocco e boicottaggio dei media, non è stato possibile nascondere alla popolazione che stava accadendo qualcosa di grande. Lo sciopero generale convocato in forma unitaria da organizzazioni e correnti sindacali ha mobilitato lavoratori e lavoratrici in tutti gli stati e municipi, coinvolgendo diverse categorie professionali, che hanno realizzato interruzione dei servizi e hanno organizzato azioni di massa. Contro la riforma della previdenza e contro la riforma del lavoro, si è formata una vasta unità che ha posto la classe lavoratrice al centro della lotta politica. Si sta costruendo la resistenza, insieme agli elementi per una necessaria controffensiva dei lavoratori.
Nessun diritto di meno! La lotta è appena cominciata!»
Lo sciopero generale, proclamato dai sindacati fra cui la Cut in rappresentanza di 8 milioni di lavoratori, ha paralizzato il paese esponendo agli occhi del mondo i reali obiettivi di un governo illegittimo. Lo sciopero generale ha coinvolto 26 Stati e ha condotto alla chiusura di scuole e fabbriche oltre che all’interruzione di molti servizi pubblici fra cui i trasporti. Qualche ora prima dello sciopero era arrivato un comunicato di vicinanza ai lavoratori da parte della Conferenza episcopale brasiliana (Cnbb), riunita in questi giorni ad Aparecida. La Cnbb, si legge nella nota, firmata dal presidente, il card. Sergio da Rocha, arcivescovo di Brasilia, “si unisce ai lavoratori e alle lavoratrici, delle città e delle campagne, in occasione della Giornata del 1° maggio. Sgorga dal nostro cuore di pastori un grido di solidarietà in difesa dei loro diritti e, in particolar modo, dei 13 milioni di disoccupati. Il lavoro è fondamentale per la dignità della persona e costituisce una dimensione fondamentale dell’esistenza umana. Attraverso il lavoro la persona partecipa all’opera della creazione e contribuisce alla creazione di una società più giusta. In questa logica perversa del mercato, il potere esecutivo e quello legislativo vengono meno al dovere dello Stato di mediare il rapporto tra capitale e lavoro, per garantire la protezione sociale. È inaccettabile che tali decisioni, che influenzano la vita delle persone e rimuovono i diritti già conquistati, siano approvate dal Congresso senza un ampio dialogo con la società. Incoraggiamo l’organizzazione democratica e la mobilitazione pacifica, in difesa della dignità dei diritti di tutti i lavoratori e lavoratrici, con speciale attenzione ai più poveri”.
«La lotta per giorni migliori per tutti i brasiliani è appena cominciata. L’ampliamento della democrazia ci porterà alla vittoria», ha scritto la ex presidente Dilma Vana Rousseff Linhares in un comunicato. A quasi un anno dall’impeachment che, il 31 agosto, l’ha sollevata dall’incarico dopo un lungo braccio di ferro, Dilma è più che mai in campo contro l’antico alleato centrista – Michel Temer – che l’ha pugnalata alle spalle per arrivare a un posto a cui non avrebbe mai potuto aspirare per la via democratica. Da allora, si sono moltiplicate le proteste contro il “golpista Temer”, che resta in sella nonostante la pesante ipoteca di corrotto che pesa sulla sua testa e su quella dei suoi ministri, alcuni dei quali già si sono dimessi per questa ragione. L’ira della piazza, ormai, riguarda anche la tracotanza con la quale il governo salvaguarda gli interessi dei settori che rappresenta – le oligarchie e il grande capitale internazionale – piegando le regole a proprio favore e cancellando quelle che gli sono d’intralcio. Un’attitudine tornata in auge anche nei blocchi regionali dell’America latina ove i due grandi paesi passati a destra (Brasile e Argentina), contornati dal campo dei governi neoliberisti, fanno e disfano le norme per liberarsi dei soci ingombranti (Cuba, il Venezuela e i paesi dell’Alba). Per mettere il bavaglio ai giudici, almeno a quelli sgraditi, il senato brasiliano ha votato un’apposita legge. E un’apposita modifica costituzionale consentirà di riportare indietro l’orologio dei diritti basici, bloccando per vent’anni la spesa sociale. Dopo la riforma delle pensioni, un’analoga riforma del lavoro all’insegna del neoliberismo selvaggio è passata al senato e ora può andare alla camera. Per i pensionati aumenta il periodo contributivo richiesto per poter smettere di lavorare e l’età pensionabile viene portata a 65 per gli uomini e a 62 per le donne. Al contempo, nella riforma del lavoro viene legalizzato il cosiddetto lavoro intermittente e soprattutto la possibilità per le imprese di bypassare i sindacati e sottoscrivere accordi individuali con i lavoratori. Difficile, in queste condizioni, che si possano maturare i contributi richiesti. Viene anche abolita l’obbligatorietà di finanziare i sindacati con una giornata di lavoro, com’è da 73 anni (dal governo progressista di Getulio Vargas). Il Brasile conta 16.933 sindacati, in gran parte scesi in piazza per lo sciopero generale. I dati della gestione Temer indicano chi stia pagando i costi della ventilata “ripresa” a colpi di privatizzazioni massicce, licenziamenti e tagli feroci alla spesa sociale. Per la prima volta nella storia, il Brasile ha superato i 14 milioni di disoccupati, che – nei primi tre mesi di governo Temer – sono arrivati a costituire il 13,2% della popolazione attiva. Quanto di più distante dalle politiche di pieno impiego auspicate dai governi di Lula e di Dilma. Si calcola che quattro lavoratori su 10 siano precari e lavorino al nero, senza alcuna copertura. La riforma del lavoro, gradita agli imprenditori e rifiutata dai sindacati, aumenterebbe anche il lavoro schiavo, ancora molto presente in Brasile, soprattutto nel tessile dove vengono impiegati migranti senza documenti. Un mese fa, il governo ha diffuso una lista nera di queste imprese, che ingrossano anche il mercato del riciclaggio del denaro sporco. Secondo i sindacati, la lista dovrebbe essere moltiplicata almeno per 40.
«Fora Temer», gridano i manifestanti e si scontrano con la polizia. A San Paolo, hanno provato ad attaccare la casa di Temer, che in quel momento si trovava nella sua residenza ufficiale, a Brasilia. A Rio de Janeiro la polizia militare ha usato pallottole di gomma e gas lacrimogeni per disperdere la folla che stava svolgendo un corteo di protesta davanti alla sede dell’assemblea legislativa, nel centro cittadino. Gruppi di dimostranti a volto coperto hanno lanciato sassi e bombe molotov in direzione degli agenti e hanno attaccato le banche.
Lo sciopero generale può considerarsi riuscito: nonostante il sabotaggio dei grandi media privati, che hanno sostenuto l’impeachment contro Rousseff e poi il linciaggio mediatico contro Lula da Silva, condannandolo come corrotto ancor prima che un qualunque tribunale riuscisse a processarlo. Lula, che ha dichiarato a più riprese la sua innocenza, ha chiesto di essere sentito dal giudice Sergio Moro a proposito della corruzione nella impresa petrolifera di Stato Petrobras. L’udienza è stata spostata per ragioni di sicurezza, perché troppo vicina allo sciopero generale. Anziché il 3 dovrebbe tenersi il 10 maggio nella città di Curitiba (nel sud), ma la situazione per quella data potrebbe restare incandescente. Temer mantiene ferma l’intenzione di «modernizzare il quadro di leggi nazionale» ed esclude il dialogo con i sindacati: il dibattito sulle riforme, ha detto, «si realizzerà nella sede adeguata, il Congresso». Le manifestazioni? Opera di «gruppetti isolati», ha affermato. E per il ministro della Giustizia, Osmar Serraglio, quello in corso «non è uno sciopero nazionale, perché il commercio funziona, le industrie funzionano e i lavoratori stanno andando regolarmente ai loro posti di lavoro». Si tratta piuttosto di «caos generalizzato». Uno sciopero politico, che ha come scenario le elezioni presidenziali del 2018. Lula resta il favorito nei sondaggi, ma dietro di lui c’è il “Trump brasiliano”, il torvo Messias Bolsonaro. Lula e l’arco di forze che lo sostiene – anche la chiesa cattolica progressista ha appoggiato lo sciopero generale – spingono per anticipare il confronto con le urne: «Questo paese non è governato e sta passando per la peggior recessione della sua storia – ha detto Lula – Questo paese non ha bisogno di qualcuno che occupi l’incarico indebitamente, ci vogliono elezioni dirette e senza aspettare il 2018». Un’assemblea costituente, dunque, richiesta da tutte le organizzazioni popolari che hanno promosso lo sciopero e ora sostenuta anche da Rousseff e da Lula. Tutte le sigle che hanno organizzato lo sciopero generale – dal Partito dei Lavoratori, alla sua sinistra più radicale, ai sindacati, ai movimenti dei Senza terra e dei Senza tetto, alla chiesa di base – hanno sottoscritto un documento consegnato all’ambasciata del Venezuela a Brasilia: per esprimere il proprio appoggio alla “rivoluzione bolivariana” e per condannare le ingerenze esterne e gli attacchi delle destre, il cui volto più mediatico, Lilian Tintori, ha sostenuto la campagna elettorale di Macri in Argentina e il governo di Temer.
Riportiamo alcune valutazioni sullo sciopero stesso, che ha visto una vasta partecipazione unitaria. Lo sciopero è stato il più grande della storia del Brasile.
Venerdì 28 aprile è stato uno di quei giorni che i brasiliani ricorderanno per molto tempo e che sarà un segno costitutivo della storia del paese. Il grido dello sciopero era sulla bocca dei lavoratori. Si è vista l’unità delle centrali sindacali, con la chiamata di cattolici evangelici, umbandisti che oggi mescolano i loro colori e incrociano le braccia nel più grande sciopero del Brasile. Non hanno partecipato coloro che hanno ritenuto che siano i lavoratori e i più poveri che devono pagare il conto della crisi, in combutta con chi ricatta ogni giorno lo Stato brasiliano. Ma di loro nessuno ha sentito nostalgia, sono stati inesistenti. Questo sciopero entra nella storia per inserirsi nel contesto complesso e difficile, di grande fragilità e crisi delle istituzioni brasiliane. E per questo, questa unione tanto attesa è anche così importante.
Che cosa fa sì che la maggiore città dell’America Latina rimanga totalmente vuota? La minaccia di un tornado, un attentato di organizzazione criminale? No, non è stata una minaccia, è stata la lotta in difesa delle pensioni e questa forza così grande solo si spiega con l’unione e il coraggio dei settori che hanno costruito lo sciopero.
Le foto delle città vuote, degli autobus in fila, delle banche e dei metro chiusi gridavano: ancora sognamo, siamo vivi, lottiamo e lotteremo per molto tempo. Infine, come negli scontri che altre generazioni prima delle nostre hanno attraversato, la resistenza e il brillare degli occhi dicono di continuare a credere che un altro mondo è possibile.
Il Brasile oggi può dormire più tranquillo, non per avere conquistato il ritiro della riforma della Previdenza dall’ordine del giorno, ma per essere più maturo per gli scontri in difesa delle pensioni, delle leggi sul lavoro e della riconquista della democrazia, della crescita e dell’occupazione. Chi ha partecipato allo sciopero e alle manifestazioni dopo molto tempo di agonia, può anche mettere la testa sul cuscino e dormire meglio. Lo sciopero generale ha avuto l’adesione di diverse categorie in lotta per la difesa della Previdenza. Secondo le centrali sindacali 35 milioni hanno partecipato alle paralizzazioni e alle proteste nel Brasile intero.
A San Paolo, i lavoratori della metropolitana si sono fermati anche in presenza di richiesta di precettazione da parte del governatore Geraldo Alckmin. I guidatori anch’essi hanno interrotto le loro attività dalla mezzanotte. Professori delle scuole comunali, statali e private hanno partecipato in massa in tutto il Brasile. Bancari, lavoratori del settore petrolifero, metallurgici hanno anch’essi aderito. Nell’area industriale dell’ABC, culla dello sciopero del 1979, sei case automobilistiche e 60.000 lavoratori hanno incrociato le braccia in difesa del sistema pensionistico e contro la riforma del lavoro, approvata questa settimana alla Camera dopo varie manovre. A Porto Velho, oltre 7000 persone sono andate in piazza contro le riforme. In Parà, dove l’adesione di bancari e professori è stata massiccia, 100.000 persone hanno bloccato strade, vie, viali con manifestazioni e picchetti. Grande è stata la mobilitazione nel Nordeste. In Minas Gerais, solo nella capitale Belo Horizonte, 150.000 persone hanno partecipato in vario modo. A San Paolo, oltre alla forte paralizzazione dei servizi essenziali, come Sabesp (acqua), educazione e trasporto pubblico, alla fine della giornata circa 70.000 persone hanno preso parte alla manifestazione che si è concentrata in Largo da Batata ed è andata fino alla casa del cosiddetto presidente Michel Temer, principale autore delle proposte che tolgono diritti ai lavoratori. A Rio de Janeiro 40.000 persone hanno partecipato alle iniziative e sono state fortemente represse da ingiustificati attacchi della polizia militare. Mato Grosso ha riunito circa 30.000 persone, Mato Grosso do Sul oltre 60.000, Rio Grande do Sul 50.000, Paranà 30.000. Una delle strategie dei movimenti sociali è stata la realizzazione di blocchi nelle principali vie di comunicazione. Solo a San Paolo, secondo la Segreteria di sicurezza pubblica dello Stato, ci sono stati 50 blocchi. Anche fra i movimenti che hanno realizzato i blocchi vi è stata una interessante unità: Movimento dei Lavoratori senza Tetto (MTST), Movimento dei Senza Terra (MST), Coordinamento dei Movimenti Popolari, Movimento dei Colpiti dalle Dighe (MAB), Movimento dei Piccoli Agricoltori e Coordinamento Nazionale delle Associazioni per l’Abitazione hanno realizzato azioni coordinate per chiudere i punti strategici in prossimità di aeroporti, terminali di autobus e metro fin dall’alba.
L’azione ha avuto come risposta da parte della polizia militare molta repressione con oltre 20 persone arrestate solo a San Paolo.
La parola Greve Geral (sciopero generale) è stata una delle più cercate in internet negli ultimi giorni. Dalle 4 del mattino dello stesso giorno la parola più commentata su Twitter è stata #BrasilEmGreve. L’hasting utilizzata da tutti i veicoli, mezzi, attivisti e i cosiddetti influenziatori digitali del campo progressista per oltre 10 ore è stato al primo posto fra gli argomenti più utilizzati nelle reti e ha sbancato i successi dell’industria culturale nord americana.
Di seguito in dettaglio le 5 misure più importanti previste dalla Riforma del Lavoro:
1) Flessibilizzazione dell’orario di lavoro
Il governo intende allungare l’orario di lavoro introducendo la settimana lavorativa di 48 ore e la possibilità di giornate lavorative di 12 ore. Ad oggi l’orario di lavoro non può superare le 8 giornaliere. Il Ministro del Lavoro ha spiegato che lo standard regolare e legale continuerà ad essere la giornata di 8 ore e 44 ore settimanali, e che la riforma permetterà agli accordi aziendali di rendere flessibile il modo in cui le ore di lavoro vengono distribuite. Il governo sta anche studiando la creazione di due nuovi tipi di contratto: uno basato su un totale di ore da lavorare e un altro basato sulla produttività, con meno di 44 ore settimanali, e un salario proporzionato. I sindacati hanno rigettato la proposta. La controversia causata dall’annuncio dei cambiamenti nella durata dell’orario di lavoro risale a luglio, quando dopo un incontro con Temer, il Presidente della Confederazione Nazionale dell’Industria Robson Andrade, citò che in Francia, che aveva il limite delle 36 ore, il governo ha permesso le 80 ore settimanali e che questo dovrebbe servire da esempio al Brasile. Andrade si sbagliava due volte: prima di tutto la precedente legge francese (la Aubry, di fatto scavalcata dalla Loi Travail) prevedeva la 35 ore settimanali (non 36); in secondo luogo, la nuova Loi Travail prevede per l’esattezza che, in caso di emergenza e a seguito di accordo aziendale, si possa estendere la giornata lavorativa a 12 ore e per un massimo di 60 settimanali. Il che è un’aberrazione, figuriamoci 80 ore settimanali! Il presidente della Confindustria brasiliana è stato costretto ad ammettere di aver sbagliato nel citare la legge francese.
2) Outsourcing
Si vuole autorizzare l’outsourcing di molte attività. La proposta vuole estendere a tutti gli ambiti il tipo di contratto che per ora è permesso solo in attività come le pulizie, la sicurezza, ovvero servizi che non sono direttamente coinvolti nei prodotti o nei servizi offerti dall’azienda. Il Ministro ha detto che il paese ha bisogno di “avanzare verso l’outsourcing”. Inoltre, il progetto di legge diminuisce la responsabilità legale dell’azienda che subappalta un servizio, quand’anche in questa società esterna le leggi del lavoro non vengano rispettate. Finché richiede ricevute mensili dall’azienda in subappalto non ha nessun obbligo di rispondere a questioni legali.
3) Negoziazioni oltre la legge
Anche in Brasile (come in Francia, in Italia etc..) si vuole rendere preminente la negoziazione aziendale (il contratto di secondo livello) sulla contrattazione collettiva e la legislazione del lavoro. In questo momento il progetto di legge numero 4193 è in corso di discussione alla Camera dei Deputati che vorrebbe autorizzare che i diritti previsti nel Consolidação das Leis do Trabalho (CLT , il Codice del Lavoro brasiliano) siano rinegoziati azienda per azienda tra lavoratori e padrone, mettendo di fatto i lavoratori in una condizione di debolezza e vulnerabilità. Il progetto prevede che tutti i punti della Riforma possano essere negoziati e, dopo essere stati modificati negli accordi collettivi, le nuove regole non possano essere essere tolte per legge. In questa stessa direzione va un altro progetto attualmente in discussione che vuole introdurre la negoziazione individuale tra lavoratore e datore di lavoro. La negoziazione collettiva ne sarebbe di fatto indebolita. In altre parole la Riforma del Lavoro non annullerebbe il Consolidação das Leis do Trabalho (CLT), ma lo indebolirebbe dal momento che diritti come la tredicesima, le ferie pagate, il bonus per il lavoro notturno, il congedo di maternità e il salario minimo potrebbero venire modificati. La Riforma del Lavoro proposta vuole permettere alla contrattazione aziendale di prevalere sulle leggi del lavoro. Questo significa che le aziende saranno in grado di abbassare i salari e aumentare le ore di lavoro. Il CLT finirà per essere un’accozzaglia di norme che si potranno scavalcare attraverso “interpretazioni soggettive”.
4) Riforma della Previdenza Sociale
Una delle misure principali del governo Temer è contemplata nella Riforma del sistema pensionistico, che vuole aumentare a 65 l’età minima per andare in pensione, ed eliminare la differenza tra uomini e donne (attualmente le donne possono andare in pensione prima) e tra lavoratori delle aree rurali e delle città. Oltre a ciò, il progetto intende legare il valore della pensione agli aggiustamenti sul salario minimo, che sono in corso di definizione in relazione all’andamento dell’economia nei due anni passati e all’ultimo anno di inflazione. L’obiettivo del governo è aggiustare le pensioni unicamente sulla base dell’inflazione, cosa che ridurrebbe il loro valore riducendo la spesa del governo.
5) Bloccare i concorsi nel Pubblico Impiego
Una delle più grandi paure tra i brasiliani è la legge numero 241, che dovrebbe congelare la spesa per la Sanità e l’Educazione per 20 anni, con ripercussioni sui lavoratori soprattutto del pubblico impiego. Questa legge verrebbe a completare la summenzionata riforma del sistema di previdenza sociale perché, se approvata, comporterebbe il blocco dei concorsi e delle assunzioni e anche il blocco dell’aumento degli stipendi dei dipendenti pubblici. Con l’attuale inflazione mensile assestata oltre l’8,5%, congelare la spesa, i salari e le pensioni significa davvero impoverire l’intera società brasiliana.