SUL CRESCENTE USO, E ABUSO, DEL SOSTANTIVO “GIOVANE” O “RAGAZZO/A”

DI MARIO TEDESCHINI LALLI

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Questo riguarda la mia personale battaglia contro l’uso dei sostantivi “giovane” e, peggio, “ragazzo/a” nell’italiano a cavallo del secolo.
Sono anni che sostengo che, almeno in ambito giornalistico, un “ragazzo” è chi non è ancora adulto (teen?), un “giovane” tendenzialmente uno nei suoi venti, tutti gli altri (a parte contesti particolari) sono o dovrebbero essere semplicemente “donne” e “uomini”. Non lo facevo e non lo faccio per purismo linguistico, ma perché temo che il fenomeno sia insieme sintomo e causa di un problema sociologico più ampio.
Ora però dovrò dichiararmi definitivamente sconfitto.
Stavo guardando un interessante documentario, “Twinsters”, che racconta di due coreane adottate una da una famiglia americana, l’altra da una famiglia francese che scoprono per puro caso a 25 anni di essere gemelle. Alla fine del film (ben fatto, anche se un po’ lungo), le due leggono una mail nella quale fanno il punto della loro straordinaria esperienza e a un certo punto dicono: “…we are both very happy women”.
Nel sottotitolo in italiano, che compare mentre la voce dice “women” e scorre il relativo testo in inglese, si legge: “…siamo entrambe due ragazze felici”.
Ora è chiaro che non si tratta di un errore di traduzione, qualunque traduttore anche il più scalcinato saprebbe tradurre “women” come “donne”; aver usato invece “ragazze” è evidentemente stato considerato dal traduttore una interpretazione più fedele, anche se meno letterale: in Italia due venticinquenni (peraltro ciascuna con una propria incipiente vita professionale) non possono che essere “ragazze”, donne “suona male”. Un po’ come quando si traduce Cervantes nell’italiano del 21* secolo che noi parliamo, non in quello che parlavano gli italiani quando scriveva il maestro spagnolo.
Cioè è ormai ufficiale che – almeno in questo caso – la lingua è già cambiata, ma è cambiata in una direzione che non mi piace affatto per quello che rivela della società nella quale viviamo.
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