MORTI DI MANCHESTER, SUBITO DOPO LE ACCUSE USA ALL’IRAN; PER L’ISIS E’ VIA LIBERA, LA TREGUA E’ FINITA

DI ALBERTO TAROZZI
L’attentato di Manchester vede l’Occidente cauto su chi sia stato, perché lo abbia fatto, come mai lì e ora. Il nome dell’Isis emerge in maniera decisa solo dopo la loro rivendicazione; lo spostamento del fronte dal Medio Oriente all’Europa, alla vigilia della caduta di Mosul e Raqqa, una volta ritenuto la fonte di ogni carneficina, viene sì e no accennato.
Intendiamoci, la prudenza è d’obbligo in certi casi e la si può perfino elogiare. Però è indicativo che gli esperti improvvisati, non i corrispondenti di professione, cui va fatto tanto di cappello, siano meno numerosi e più cauti del solito. In loro assenza la cronaca e solo la cronaca va in prima pagina: ci tocca di sentire interminabili riflessioni sul numero, certo agghiacciante, di morti giovanissimi (si parla di dodici bambini) come di non si sa quale novità (e i bambini russi nella scuola di Beslana, allora?).
A seguire un’insistenza oltre misura su chi sia Ariana Grande, protagonista del concerto cui è seguita la strage. Oppure viene presentata, come causa primaria, la prossimità delle elezioni britanniche, che certo fanno del Regno Unito una passerella ma, quanto al condizionare il voto, nessuno ricorda la previsione secondo la quale un attentato preelettorale in Francia avrebbe determinato il trionfo della Le Pen. Il povero Gentiloni accenna pure ad un attacco all’Europa; richiamo in sé lodevole, ma a pochi mesi dalla Brexit non ci pare una spiegazione forte.
Pochi i dati certi. La dinamica dell’attentato è complessa (esplosivo, tempistica nello scegliere il momento dell’uscita dal concerto, tracce finora non rilevate). Inoltre la Gran Bretagna, tanto meno Manchester, non è luogo di endemici scontri etnici come Parigi. Che ci possa essere una mano esterna e internazionale non è una certezza, ma un’ipotesi più probabile di altre, come sostiene Varvelli un esperto dell’Ispi che mantiene toni equilibrati, ma non reticenti.
Quindi ripetiamoci la domanda “Perché adesso?”. Scorriamo la cronaca di questi giorni. In prima pagina la svolta di Trump: tra Putin e i sauditi sceglie questi ultimi (gli affari sono affari) e da Israele in festa proclama che sì, certo, la lotta al terrore è primaria, ma quando si parla di terrore, prima di tutto, bisogna riferirsi all’Iran. Qualcuno brinda.
Gli Usa si schierano contro l’Iran e i mesi di relativa quiete del terrorismo organizzato, lupi solitari esclusi, volgono curiosamente al termine. L’obiettivo di questa relativa e breve tregua non era forse anche quello di poter fornire a Trump la possibilità di una dichiarazione come quella dei giorni scorsi? Il nemico è l’Iran, vale a dire il principale nemico dell’Isis, dei sunniti e dei sauditi: chiarito questo, sarà un caso, le stragi riprendono a pieno ritmo.
Ora che Trump si è schierato e non potrà così facilmente fare marcia indietro, il terrore può riprendere senza freni. In previsione che la caduta di Mosul e Raqqa vada ad alimentare a dismisura le fila dei foreign fighters in Europa. Alberto Negri ha ricordato che i servizi britannici, pochi mesi fa, avevano segnalato la possibilità che non si tratti solo di lupi solitari, ma che ci sia anche la presenza di cellule dormienti ma organizzate.
Manchester, se questa ipotesi fosse esatta, sarebbe solo il primo atto di una tragedia su scala sempre più allargata. Questa è l’ipotesi di chi pensa male e che qualche volta ci azzecca.