L’OBBLIGO DEL GIORNALISTA DI VERIFICARE LE FONTI PRIMA DI DARE UNA NOTIZIA

DI AMEDEO RICUCCI

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Sarà faticoso e a volte complicato ma per tutti noi giornalisti corre l’obbligo di INCROCIARE LE FONTI quando si dà una notizia, tanto più se importante. E se questa notizia ha una sola fonte a sostegno, allora occorre darla – se proprio si decide di farlo – con tutte le cautele del caso. In Italia non funziona più così. Mi pare infatti che sempre più spesso cronisti, anche autorevoli, diano per scontate le imbeccate che ottengono da procure, forze di sicurezza e servizi segreti, senza curarsi di effettuare ulteriori verifiche o approfondimenti. Col risultato di costruire dei racconti scritti benissimo e molto suggestivi, sparati a nove colonne sui nostri giornali, senza però uno straccio di prova a sostegno che non sia quella “di parte”.
Questo dubbio viene da lontano, mi è tornato in mente leggendo qualche ricostruzione un po’ “letteraria” del network libico che avrebbe sostenuto l’attentatore di Mancheter ma si è insediato nella mia mente leggendo le prime indiscrezioni di quella che sarebbe poi diventata la polemiche che oppone tuttora il procuratore di Catania Zuccaro alle ONG che operano nel salvataggio dei migranti in mezzo al Mediterraneo. A fare da apri-pista in quel caso fu infatti una pagina del Corsera, a fine marzo, in cui per la prima volta le ipotesi di Zuccaro venivano esposte per filo e per segno – e la notizia fece ovviamente scalpore – senza che però il collega sentisse il bisogno di sentire le controparti, vale a dire le ONG di cui Zuccaro sindacava, anzi infangava le attività. Bastava un colpo di telefono, e invece si preferì sbattere il mostro in prima pagina, senza nemmeno dargli diritto di parola, come la deontologia imporrebbe. Solo a polemica ormai esplosa le cose cambiarono e le ONG vennero chiamate a difendersi, ma il danno era stato già fatto.
Dove sta il problema? Secondo me sta nel fatto che i colleghi che hanno gestito questo dossier sono cronisti anche bravi, anzi bravissimi, ma che si occupano solitamente di giudiziaria e, quindi, hanno poca dimestichezza con l’argomento in questione, che attiene di più agli esteri e presuppone in ogni caso una buona conoscenza del mondo delle ONG e soprattutto dell dossier migranti. E’ per lo stesso motivo d’altronde che ci sono stati cronisti di fama che hanno avallato tante, troppe indagini “farlocche” delle nostre procure sul terrorismo islamico, indagini che si sono chiuse con un flop gigantesco e la detenzione di tanti innocenti – vedi quella della stessa procura di Catania sul povero Murad al Ghazawi. Anche in questo caso: ottimi cronisti di giudiziaria ma senza un buon background in fatto di terrorismo di matrice jihadista si sono fatti megafono di procure in cerca di visibilità che hanno scambiato la professione di fede islamica, la shahada, per un inno all’ISIS.
Esagero? La mia è una questione di lana caprina? Non mi pare. All’estero infatti c’è molto più rigore che da noi e certi articoli non verrebbero mai pubblicati. All’estero capita anche che ti si chieda il numero di telefono delle persone che hai intervistato, in modo da verificare se hanno effettivamente detto quello che tu hai scritto. E vengo infine all’ultimo esempio, quello del network libico che avrebbe organizzato l’attentato di Manchester. Era veramente un network – mi chiedo – o siamo solo in presenza di un fratello, forse di un padre, al massimo di una famiglia più o meno connivente? Non mi pare che al momento ci siano prove al riguardo e i nomi e i collegamenti che si fanno su alcuni giornali italiani – all’estero, a cominciare dall’Inghilterra, ci vanno molto più cauti – non mi sembrano suffragati da uno straccio di prova. Aspetto di vedere come va a finire, intanto i miei dubbi su un certo tipo di giornalismo “letterario” crescono.

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