EUROZONA IN COSTANTE CRESCITA. SUSSISTONO LE CONDIZIONI PER MISURE DI TAPERING

DI VIRGINIA MURRU
virginia-murru-alga
Con il consolidamento della crescita economica in area Euro (ma in generale in tutti i paesi membri dell’Ue) si stanno delineando le condizioni per un progressivo allentamento della politica monetaria espansiva, nota come ‘quantitative easing’.
La strategia adottata dall’Eurotower nel 2015 (ma le prime mosse risalgono al 2011) si è rivelata quasi una ‘bacchetta magica’, certamente una strategia finanziaria volta a sostenere l’economia europea, ancora convalescente dopo la fase di recessione seguita alla forte crisi economica del 2008. Non c’era altra via, la crisi come un’onda sismica si è propagata a livello globale, interessando in particolare l’Occidente, Usa in primis.
Ma ha colpito anche il drago del sol levante, diventato poi, nel volgere di un decennio, la seconda potenza del pianeta, la migliore economia emergente.
Ora il Qe, qualora il sistema economico dovesse raggiungere – o quantomeno avvicinarsi – ai parametri ‘ideali’ che diano garanzia di stabilità in termini di crescita, potrebbe essere ridotto in misura superiore rispetto alle previsioni del dicembre 2016. Crescita intesa come aumento significativo dei salari, del tasso di occupazione e dell’inflazione, che ancora stenta a risalire la china (dopo un’impennata a febbraio, con tasso del 2%), si è poi stabilizzata nell’ordine dell’1,4%.
Da qui la prudenza della BCE, che tira il freno a mano quando si tratta di esprimere pareri totalmente positivi sull’attuale congiuntura economica dei paesi europei.
L’inflazione (complessiva) potrebbe portarsi all’1,7% medio nel 2019, un risultato ancora distante dal target del 2% stabile, considerato rassicurante per intraprendere azioni più decisive nell’ambito della politica monetaria.
L’acquisto di asset, al ritmo di 60 mld al mese prosegue come da programma, in attesa di una più indicativa stabilità dei prezzi. Eppure la crescita economica costante nei paesi dell’Ue autorizza all’ottimismo, a pensare che finalmente l’economia europea, nel volgere di un anno e forse meno, potrà camminare con le proprie gambe, senza aspettarsi quella ‘manna’ dal cielo che indubbiamente l’ha sostenuta in momenti durissimi, quando l’ultima crisi l’ha resa davvero claudicante.
Si attende questo stop per l’orgoglio di farcela senza artifici finanziari, sia pure legittimi, dunque come una liberazione, anche se purtroppo questo delicato processo è come una medaglia con doppia effigie: ha creato una ‘dipendenza’ che non potrà essere neutralizzata con misure improvvide e improvvise. Come ogni terapia intensiva che si rispetti, quando il ‘male’ (che ha esordito negli Usa con la subdola eziologia dei mutui subprime), è prossimo alla remissione, diventa necessario agire con prudenza e diminuire la somministrazione con perizia, per evitare l’insorgenza di effetti indesiderati.
Per questo il presidente Mario Draghi, a costo di attirare su di sé gli strali dei falchi della finanza tedesca, da sempre in dissenso sulle strategie di politica monetaria espansiva, continua a predicare prudenza sulle possibili misure di tapering. Prudenza perché si attendono condizioni di maggiore stabilità nei dati macro, nonostante l’evidente crescita del Pil registrata negli ultimi due trimestri.
Si legge infatti in un recente comunicato stampa della Commissione europea:
“L’economia europea è entrata ormai nel quinto anno di una ripresa che sta ora interessando tutti gli Stati membri dell’UE, e che dovrebbe proseguire a un ritmo per lo più regolare quest’anno e l’anno prossimo. Nelle previsioni economiche di primavera, la Commissione indica per la zona euro una crescita del PIL dell’1,7% nel 2017 e dell’1,8% nel 2018 (nelle previsioni d’inverno la stima era pari, rispettivamente, all’1,6% e all’1,8%). Per l’UE nel suo complesso, la crescita del PIL dovrebbe rimanere stabile all’1,9% per entrambi gli anni (nelle previsioni d’inverno era pari all’1,8% sia per il 2017 che per il 2018).”
L’Italia è ancora distante da questi ritmi di crescita, ma già essere andata oltre le previsioni di dicembre 2016, raggiungendo, secondo i dati Istat, un inatteso +1% in termini di Pil, è già un passo notevole, se si considerano tutte le traversie affrontate dal Paese nel 2016, calamità naturali comprese.
Il Qe seguirà il suo corso, anche se da più parti gli analisti azzardano una riduzione più consistente anche prima del prossimo dicembre. Potrebbe coincidere addirittura con l’inizio dell’ultimo trimestre del 2017.
Vi sono dissertazioni al riguardo che mettono in discussione la stessa definizione di queste misure monetarie da parte della Bce, non si tratterebbe infatti di autentico ‘Quantitative easing’, anche se ormai il termine è invalso, ma più propriamente di ‘credit easing’. Perfino Mario Draghi sarebbe perplesso sull’opportunità della definizione. Né gli acquisti di titoli da parte della Banca centrale europea, né della Fed americana, potrebbero essere ritenuti tali. Fu Draghi stesso, a parlarne poco prima che queste misure diventassero operative.
Egli spiegò infatti che gli acquisti di titoli seguono due direttive: “il primo riflesso è il riequilibrio dei portafogli, perché attraverso l’acquisto di asset si ha più disponibilità di liquidità. Gli istituti di credito possono conseguentemente avere maggiore capacità di credito verso le famiglie e le aziende.
E poi vi sono i riflessi attesi sul ‘movimento’ dell’inflazione”.
Il dissenso sulla politica monetaria della Bce viene sempre dai massimi rappresentanti della finanza tedesca, recentemente Andreas Dombret, Consigliere della Bundesbank, ha pubblicato uno studio che mette in rilievo il modo in cui i tassi d’interesse negativi, se adottati nel lungo periodo, mettono a rischio la solvibilità delle banche, del ramo Assicurativo e dei Fondi pensione. Tali riflessi fanno sentire la propria eco anche sulle pensioni e sulla distribuzione del reddito.
Ma qual è la ragione vera della prudenza dell’Eurotower verso la sospensione graduale del Qe? Secondo gli analisti c’è la necessità di un monitoraggio più ampio nel tempo, affinché il termometro presenti dati più attendibili sul reale stato dell’economia europea. Per esempio si scruta con attenzione la nuova tendenza dei prestiti, che si sta stabilizzando. A dicembre certamente le indicazioni della Bce saranno più chiare, ma ormai negli ambienti finanziari sono concordi sul fatto che il tapering sarà la prossima misura che porterà alla graduale contrazione degli acquisti di titoli.
Non si può neppure evitare di ragionare con la logica dei mercati, che di fronte alla prospettiva di sospendere, sia pure gradualmente le ‘iniezioni’ di liquidità, diventerebbero nervosi e sospettosi verso un sistema ‘volatile’, non propriamente stabile sul piano economico e finanziario. E’ evidente che la proverbiale prudenza di Draghi mette in conto anche queste variabili.
La ‘dipendenza’ dalle iniezioni di liquidità nel sistema economico in Eurozona, dovrà tenere presente i possibili ‘traumi’ che l’allentamento monetario potrebbe causare.
Le Banche Centrali di mezzo mondo hanno foraggiato di liquidità i rispettivi sistemi economici, dagli Usa al Giappone, alla Cina, per non parlare dell’Europa..
E i mercati finanziari con queste strategie sono stati pilotati al rialzo, quasi pungolati con un oppio potente, in grado di condizionarli, perché la sicurezza di liquidità nelle banche centrali influenza l’andamento delle contrattazioni. E non ci si può neppure appellare al fatto che la Fed negli ultimi anni, è intervenuta col rialzo dei tassi (perché le condizioni macroeconomiche lo hanno consentito), e i mercati hanno ignorato senza neppure ringhiare. E tuttavia, nel contempo, provvedeva a ridurre la politica monetaria espansiva. Sono aberrazioni, risposte dei mercati a volte illeggibili, perché sono reazioni contrarie alla ‘norma’.
Negli Stati Uniti è avvenuto qualcosa di diverso rispetto a quello che accadeva nel resto del mondo, dove le banche centrali hanno continuato imperterrite a stampare centinaia di miliardi di dollari. La tendenza è tuttavia in graduale riduzione, ci sono diverse Banche Centrali che di fatto hanno invertito la rotta in termini di politica monetaria, e sono diventate più restrittive. Ci sono tutti i segnali per concludere che la tendenza diventerà globale, ma si tratta di cambiamenti quasi epocali, di grande importanza per gli assetti finanziari in tutto il pianeta.
Questione di crescita, solo un miglioramento di prospettive in questo versante può determinare reazioni di tale portata. E infatti, sempre secondo un recente comunicato stampa della Commissione europea, si riscontra una notevole accelerazione dell’economia a livello globale:
“L’economia mondiale ha registrato un’accelerazione alla fine dello scorso anno e all’inizio di quest’anno, forte della ripresa simultanea della crescita in molte economie avanzate ed emergenti. La crescita mondiale (UE esclusa) dovrebbe rinvigorirsi attestandosi al 3,7% quest’anno e al 3,9% nel 2018, rispetto al 3,2% nel 2016 (previsioni immutate rispetto alla previsioni d’inverno), grazie all’economia cinese che continua a essere resiliente nel breve periodo e alla ripresa dei prezzi delle materie prime che sostiene altre economie emergenti.
L’inflazione ha registrato una crescita significativa negli ultimi mesi, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio. Tuttavia l’inflazione di fondo, che non tiene conto dei prezzi volatili dei prodotti energetici e dei prodotti alimentari non lavorati, è rimasta relativamente stabile e ben al di sotto della media a lungo termine.”
La sfida, dopo il colpo durissimo dell’ultima crisi economica, è sempre aperta, si gioca su una base di percentuali e numeri che riflettono lo stato di salute dell’economia europea, fortemente influenzata dalle correnti che provengono dal sistema globale.