CARO PISAPIA, NON MISURARE SUI DIRITTI CIVILI, MA SU QUELLI SOCIALI, LE DISTANZE DAL PD

DI ANGELO DI NATALE
Giuliano Pisapia è per sua natura uomo di poche parole. E come accade a quelli come lui, ciò che dice, ovvero quel poco che dice, va preso particolarmente sul serio.
Di recente, in una delle pause del suo abituale silenzio, tentando di accreditare la fattibilità della sua non facile impresa di costruire un campo della sinistra largo, il più largo possibile, allo scopo di vincere la sfiducia e la diffidenza verso il successo di tale progetto anche rispetto al Pd – a questo Pd, ovvero a quello che da tempo si è connotato come il PdR, il partito di Renzi, un partito quasi personale – ha ribadito che <<con il Pd sono molte di più le cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci dividono>>. E come esempio delle <<tante cose che ci uniscono>> ha citato battaglie politiche, e in alcuni casi leggi approvate, sul tema delle unioni civili, del divorzio breve, del “dopo di noi”, delle decisioni di fine vita, dello ius soli (allora in agenda, ma lo stop del governo che Renzi ha mal digerito non cambia il senso di quelle parole) dell’introduzione del reato di tortura, e potremmo aggiungere, per completezza, la legge per l’inasprimento delle sanzioni per i responsabili di “femminicidio” o la linea Pd sulla procreazione assistita per la riforma dell’assurda legge 40 approvata nel 2004 dalla maggioranza di centrodestra e in gran parte annullata con ben cinque sentenze dalla Corte Costituzionale.
Ma qui ci preme affrontare unicamente il significato delle parole di Pisapia il quale, volendo citare le tante cose che uniscono il suo campo al Pd, non ha trovato un solo esempio diverso dal tema dei cosiddetti diritti civili.
Ma cosa sono i diritti civili? In che misura oggi esprimono l’essenza e la funzione storica della sinistra? E soprattutto, la esauriscono o essa risiede o dovrebbe risiedere, più e meglio, in altri valori?
I diritti civili sono “diritti di libertà” che attengono alla dimensione dell’individuo, o del cittadino, come persona, uguale a tutte le altre e come tale beneficiaria del riconoscimento legislativo che vincola e limita il potere politico. Si tratta di conquiste di civiltà liberale che, se non sono in contrasto con la sinistra, certamente – soprattutto in questa fase storica – non ne rappresentano l’essenza. Se tra un ipotetico campo di centrosinistra ed uno di centrodestra negli ultimi anni è stato quest’ultimo ad avversare tali diritti, ciò si deve a quel complesso di anomalie e devianze storiche della destra italiana dalla sua naturale matrice liberale e al suo identificarsi non di rado in posizioni vetero-clericali e conservatrici, su una tradizione, filo o post-fascista, della vecchia concezione del diritto di famiglia e del suo capo maschile, in gran parte superata dalla storica riforma del ‘75.
Di contro, al netto di certe posizioni di sudditanza della loro componente cattolica rispetto alla Chiesa di Roma le quali hanno limitato i governi di centrosinistra facendo perdere loro su questi temi l’autosufficienza di maggioranza, la sinistra non avrebbe alcuna ragione per non promuovere e sostenere ogni avanzamento dei diritti civili capace di ampliare la sfera delle libertà individuali diffuse.
Purché sia chiaro che non è questo il suo compito o, almeno, il suo compito principale. Che invece sta tutto nella garanzia, nella tutela e nella progressiva espansione dei diritti sociali.
Ovviamente, in una prospettiva storica e filosofica, qualcuno potrebbe obiettare l’unitarietà dei diritti civili e sociali, ma il discorso sarebbe lungo e ci porterebbe molto lontano, praticamente fuori dalla realtà rispetto alla drammatica attualità del nostro tempo.
La sinistra è con l’acqua alla gola. Ha perduto la battaglia con il neoliberismo perché, mutati radicalmente i processi di produzione e l’originaria composizione dei blocchi sociali sulla quale essa è nata, non ha saputo reggere le nuove sfide della globalizzazione, finendo per farsi contaminare e in molti casi reclutare e annientare, abboccando all’amo di una malintesa modernità, dal neoliberismo e dalle dinamiche che hanno sostituito al vecchio capitalismo produttivo un ben più feroce e rapace capitalismo finanziario e apolide che passa sopra le teste degli Stati nazionali e delle loro basi democratiche.
In italia questo processo ha avuto una plastica e scioccante affermazione quando ciò che rimaneva del più grande partito comunista dell’occidente, e che a fatica negli anni aveva tentato di mantenere almeno qualche connotazione socialdemocratica, divenne preda della “rottamazione” e fu consegnato dal rottamatore, senza tanti infingimenti, a quella che dovrebbe essere la controparte mai così potente, aggressiva, cinica, senza vincoli e senza regole. Ovvero il nuovo capitalismo finanziario e il neoliberismo selvaggio che nelle nuove e più favorevoli condizioni storiche si sono dati una missione: smantellare la rete dei diritti sociali così faticosamente conquistati nelle battaglie di due secoli.
Sono i diritti sociali – oggi più che mai – la ragion d’essere della sinistra.
Il riconoscimento formale per tutti, ricchi e poveri, di libertà individuali, cioè che vivono unicamente nella sfera privata dell’individuo, è importante ma è ben poca cosa rispetto a quei diritti che toccano le persone come enti comunitari – la cui vita infatti si realizza in gran parte nei gruppi sociali e nell’intera società – e a quei diritti che sono condizione di effettività delle formali libertà individuali.
Il diritto al lavoro (inteso come lavoro dignitoso ed equamente retribuito), alla salute, all’istruzione, alla pace, all’autodeterminazione come pianificazione di vita sulla base di condizioni dignitose di esistenza materiale per se e per la famiglia, ad un ambiente salubre e ben conservato, alla sicurezza e alla cura del territorio, alla fruizione di tutti i beni pubblici con particolare riguardo a quelli culturali, alla partecipazione democratica e alla possibilità di concorrere sulla base di un’effettiva uguaglianza del voto alla scelta dei propri rappresentanti nelle istituzioni (altro che nominati!), sono diritti non “civili” o meramente civili, ma “sociali”.
Essi sono il cuore della nostra Costituzione, se si considera che molti di essi, anziché figurare nell’apposito titolo dei “rapporti sociali”, distinto da quelli dei “rapporti civili”, sono stati innalzati tra i principi fondamentali scolpiti nella prima parte.
Di questi diritti sociali ha fatto strage il Pd, divenuto anche per questo il PdR, anche se, bisogna riconoscerlo, un certo tratto di strada su questo sentiero era stato percorso anche dal Pd di Veltroni, Franceschini e Bersani e, ancor prima, durante la stagione ulivista (si pensi al pacchetto-Treu in tema di lavoro).
La cancellazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e l’intero armamentario del Jobs Act con tutto il suo micidiale e disumano carico di precarizzazione; la presa in ostaggio del mondo della scuola e la sua omologazione al modello del capo-azienda; lo “Sblocca Italia” che ha svenduto il territorio con le sue ricchezze e le sue autonomie agli interessi di potenti lobby del petrolio e del cemento; l’iniquità di molte scelte impositive in favore dei ricchi come la cancellazione dell’Imu sulla prima casa per tutti o dei grandi evasori e frodatori fiscali come in occasione del decreto di dicembre 2014; il totale cedimento agli interessi delle multinazionali, del capitale finanziario e delle banche che depredano i risparmiatori; insomma quel modello ben rappresentato dalla totale sintonia di Renzi con il mondo degli interessi incarnato da una figura come Marchionne.
In tutto ciò sta lo smantellamento dei diritti sociali operato dal PdR che Pisapia vorrebbe unire al suo progetto: il tradimento di ogni valore di sinistra e il passaggio, lampante e alla luce del sole, all’altra parte del campo, quello che coltiva gli interessi dei ricchi, della rendita finanziaria e del parassitismo e calpesta invece quelli di chi lavora o vorrebbe lavorare e che, se non lavora, non ha la possibilità di vivere.
Oggi, ben venga la battaglia sui diritti civili, ma la sinistra ha un altro compito: quello di ricostruire i diritti sociali che sono stati, anche per sue colpe, smantellati e di ampliarli sempre più; di ridurre drasticamente le disuguaglianze; di redistribuire la ricchezza in modo da garantire le migliori condizioni di vita al più alto numero possibile di persone; di investire sulla manutenzione del territorio, sulla prevenzione e la messa in sicurezza del patrimonio naturale e abitativo, sulla sanità pubblica, sulla scuola pubblica, la formazione, la ricerca, le opportunità di lavoro per i giovani.
E’ su queste cose che Pisapia dovrebbe misurare ciò che lo unisce e ciò che lo divide dal Pd. Non le cerchi nel campo dei diritti civili, sempre utili ma oggi non più di quanto lo sarebbe una bella pettinatura mentre un incendio devastante e inarrestabile brucia la casa, fa mancare il respiro fino a soffocare i suoi abitanti (poco curanti quindi della piega dei propri capelli) attenta alla loro stessa vita ed ha già distrutto il futuro di un paio di generazioni.
Ecco, Pisapia chieda a Renzi cosa sia disposto a fare, oltre a garantire una bella messa in piega, per chi oggi è prigioniero in quella casa.