ANCORA SULLA SENTENZA “MAFIA CAPITALE”

DI EMILIO RADICE
Claudio Cerasa, direttore del Foglio, commentando per l’Huffington la sentenza su Mafia Capitale ha detto che si è trattato della giusta sconfitta di una operazione di “marketing giudiziario” fatta dalla Procura di Roma, spalleggiata da un “circo mediatico” di giornalisti pappagalli. Insomma non ci è andato tenero. Io sono in parte d’accordo con lui ma dissento sul termine pappagalli. Qui c’è di più che un ripetere acriticamente quel che dice un magistrato. Per me c’è la ricerca di una “retorica giudiziaria”, di un filone epopeico, di una eroicità. E questo è frutto da una parte di una banalizzazione dello strumento giornalistico, sempre più aduso al sensazionalismo che alla ricerca critica e al ragionamento, e dall’altra del consumo spettacolistico di una serie di fatti criminali, fenomeno questo che ha dato addirittura vita a filoni infiniti di sceneggiati televisivi ad essi ispirati. Dal primo “Romanzo criminale”, scritto peraltro da un magistrato con passioni giornalistico/letterarie, passando per “Gomorra” e per “Suburra” non ci si è più fermati, anzi, quando andai a vedere l’anteprima per la stampa di “Suburra” (enfatizzazione estrema della criminalità romana) già si annunciava la sua serializzazione sulla piattaforma Netfix.
Un giorno, a proposito di un certo fatto che seguivo, mi si presentò un noto autore di libri per parlarmi “da scrittore a scrittore”. Io obiettai: “Grazie, ma chiariamo subito come stanno le cose: lei fa lo scrittore, io invece il cronista. Dunque parliamo lingue differenti”. Di questa differenza sono sempre stato orgoglioso e, tra l’altro, mi metteva anche al riparo da lusinghe commerciali.