GLI ITALIANI EMIGRANO IN QATAR

DI BARBARA BIZZARRI

Solitamente sono un’entusiasta: il che significa che mi innamoro di tutto in tre secondi netti. Vorrei essere poetica come Nazim Hikmet, il cantore de il più bello dei nostri mari è quello che non navigammo, la realtà è molto più prosaica: se vado in una città e mi piace, diventa subito l’Eldorado dove voglio vivere, appena uno mi incuriosisce comincio a pensare alle partecipazioni e basta che mi si dica brava per immaginarmi trionfante sul cocchio mentre il portatore di alloro mi sussurra, hominem te memento, respice post te, belladecasa.

Purtroppo non credo nell’analisi altrimenti avrei già esaurito i miei bonus andando da tre specialisti in contemporanea (sono geneticamente incapace di prendere una decisione, se non a costo di fiumi di parole che non ti ho detto: quindi avrei scelto un freudiano, uno junghiano e un transazionalista per par condicio. Peccato che questi ultimi non facciano sconti famiglia). Il Golfo Persico non poteva essere un’eccezione a questo dissennato modo di vivere: ho visto la strada sterrata, una palma agonizzante e ho pensato, ci siamo. Amo questo posto.

 

La prima volta è stata nel 2006: a Doha eravamo io, due hotel e il deserto. Una combinazione ottimale. Otto anni dopo questa città è completamente cambiata ma il suo fascino magnetico è rimasto intatto e io sono di nuovo qui. Sentirsi a casa per me è un optional ondivago, ma intanto sapermi vicina al deserto mi rilassa, l’aria gialla di sabbia mi esalta: basta con le polmoniti da Appennini.

A Doha si mangia, ci si gonfia di sudore che non si riesce a espellere, complice l’onnipresente aria condizionata a temperature polari in ogni luogo chiuso e si è sempre stanchi, l’atmosfera satura di gas funziona meglio dei sonniferi. Si guarda la vita scorrere nel souq attaccati alla canna del narghile, con l’hennè umido sul palmo della mano e si pensa, ma che aspettavo a venire qui.

Sì. Certo. E poi c’é tutto il resto.

Doha è piena di indiani e cingalesi che non capisci quando parlano e che ti ipnotizzano oscillando la capa ma che fanno una vita da fiamme dell’inferno ammucchiati a cinquanta gradi in certi slum che nemmeno a casa loro. Doha è molto cool: una prigione dorata che dopo aver esaurito malls, puttane e divertimenti incerti, non sa più che altro offrirti: ma tanto noi il weekend ce ne andiamo a Dubai o in Bahrain.

Doha è la nuova terra promessa degli italiani che qui sono capaci di incredibili gesti di solidarietà e poi discettare per ore se la cameriera è meglio prenderla filippina o indiana, mentre a casa loro le pulizie, presumibilmente, se le facevano da soli. Doha è un deserto di bellezza incredibile, uno skyline da brividi anche a 60 gradi e di notte il cielo è violetto perché la sabbia filtra e rende tutto cromaticamente più bello.

Ci sono storie che commuovono e la saggezza degli espatriati: “se sei qui all’età tua, certo che qualche cazzata pure tu l’hai fatta, eh”. C’é il lavoro, dicono: a ritmi orientali, scorre su onde di tè e all’inizio ti lambisce da lontano. Insistere significa vivere di miraggi. Ci sono persone con le contropalle che sarebbe tanto bene avere in Italia, ma c’hanno le contropalle e quindi figurati se tornano, diciamo che non ci pensano proprio e fanno bene. Mentre i miei connazionali consultano l’atlante e fanno le valigie, spaventati da un’Italia sempre più allo sbando in cui i telegiornali ormai sono una via di mezzo fra le comiche e una lista di caduti per disperazione, i Paesi del Golfo comprano il nostro pezzo dopo pezzo, dimostrandosi molto più lungimiranti di chi dovrebbe occuparsene.

Se si decide di venire qui è legittimo sapere cosa ci si può aspettare, a parte soffriggere al sole del deserto:” Il Qatar ha speso energie e capitali per pubblicizzarsi all’estero e tutti ne parlano ormai – dice Palma Libotte, fondatrice e presidente della Camera di Commercio Italiana in Qatar – Per un ricchissimo emirato di ridotte dimensioni, essere riconosciuti e catalizzare l’attenzione dei media fuori dal golfo è un aspetto importante, da sostenere con tutti i mezzi a disposizione. Emulare e superare Dubai e gli altri Stati è il loro principale obiettivo, ma certo, non è tutto oro quel che luccica”.

 

 

 

 

Quali sono le opportunità che il Qatar può davvero offrire alle aziende italiane?

Per le imprese suggerirei un approccio al Qatar graduale, con una verifica di interesse per il proprio prodotto e in seguito approfondire con un’agenda di incontri di affari con referenti mirati. Meglio affidarsi sempre ad una associazione o un consulente che operi con una sede in loco: qui devono conoscerti per fidarsi di ciò che proponi. Il Qatar offre ghiotte occasioni, ma non per tutti: c’é una competizione agguerritissima per gli appalti di arredi interni, edilizia ed altri settori dove gli italiani son soliti affacciarsi. Non basta dire Made in Italy per aprire le porte, probabilmente perché l’Italia non ha mai dovuto affilare gli artigli in fatto di internazionalizzazione: fino a venti anni fa venivano tutti a bussare da noi, ma quei tempi sono finiti. Il Qatar non si conquista in un viaggio di affari, occorre tempo, perseveranza e capitali.

Bisogna entrare nei settori di nicchia, è impensabile competere nelle macro aree di interesse, sono arrivati in troppi e molto prima di noi. Purtroppo in Italia le associazioni a sostegno delle imprese e le imprese stesse non investono sufficientemente in strategie innovative per il marketing: si tende a mantenere le stesse formule di venti anni fa, dato che cambiare significa rischiare la poltrona.

I nostri imprenditori arrivano in Qatar senza un biglietto da visita, un sito web in inglese, una brochure o un business plan: essere privi di strumenti di comunicazione in un paese dove la cultura per processare le informazioni è limitata significa perdere tempo.Occorre arrivare con obiettivi precisi per i campi in cui si vorrebbe operare e proporsi con chiarezza e determinazione.

Prima di creare una fabbrica di illusi, quali sono le figure professionali che davvero potrebbero avere un riscontro e chi invece farebbe meglio a dirigere le sue attenzioni altrove?

Per gli expats bisogna sottolineare che i lavori interessanti sono per i professionisti: architetti, ingegneri, manager, professori universitari, giornalisti, medici e figure esperte nel campo dello sport. Non è l’eden per impiegati ed operai che vengono pagati pochissimo. Sono presi in considerazione solo operai specializzati, capi cantiere e persone in grado di formare una squadra. Il consiglio è di venire a lavorare in Qatar come dipendenti solo dopo aver verificato l’effettivo interesse e con contratti chiari.

Che attività svolge e quali opportunità offre la Camera di Commercio Italiana in Qatar?

La Camera di Commercio Italiana offre diversi servizi a sostegno delle imprese, verifiche preliminare di interesse, servizi di desk temporaneo in loco ed incubatore di impresa, assistenza nella redazione di materiale promozionale alle imprese, eventi corporate con gestione inviti Vip ed ufficio stampa.

Tutti i servizi sono su misura e programmati a seconda delle esigenze e dimensioni delle aziende. Abbiamo in programma un’importante missione imprenditoriale ad ottobre, in congiunzione con il più grande evento di business networking del Qatar: il Back 2 Business di cui quest’anno anno siamo i principali organizzatori. Inoltre porteremo una delegazione di businessmen Qatarini in Italia quest’inverno, a visitare aziende e siti di produzione scelti da loro.

 

A Doha ho notato un proliferare di fiere di ogni genere: lei cosa ne pensa?

Le fiere in Qatar generano business solo per chi le organizza e non per le imprese. Un paese con meno di 400 mila cittadini di nazionalità qatarina che ospiti una tale media di fiere al mese, fa si che ci siano molti più espositori che visitatori e questo non porta grandi risultati.

Dato che sono il metodo più facile per proporre percorsi di internazionalizzazione, le associazioni a sostegno delle imprese continuano a coinvolgere le imprese italiane anche su mercati, come il Qatar, dove le fiere non sono efficaci: di fatto l’ultima fiera made in Italy in Qatar ha visto cinquanta partecipanti con stand multisettoriali, dalla biancheria intima alle vasche idromassaggio: un disastro. In Qatar le fiere hanno pochissimi visitatori eccetto per due o tre eventi consolidati.

Hanno proposto e stanno proponendo fiere in Qatar sul made in Italy speculando sulle speranze degli imprenditori verso questo paese.

Perché ha scelto di vivere in Qatar?

Sia io che mio marito lavoravamo in Alitalia e nel 2007 abbiamo intuito che tirava una brutta aria: per i dipendenti di linee aeree si capiva bene già da allora che i paesi medio orientali rappresentavano una sicurezza per la forte espansione delle rotte. Abbiamo fatto un analisi comparativa tra Dubai, Abu Dhabi e Qatar. Dubai era troppo in alto sulla curva di crescita, quindi abbiamo puntato su Doha: una scommessa che è risultata vincente.

Tre buoni motivi per venire in Qatar e, in alternativa, tre per non farlo.

In Qatar si viene per mettere da parte dei soldi: non per sopravvivere. L’impatto con il Paese e la diversità culturale non sono facili da gestire per tutti. È un luogo sicuro, con otto mesi l’anno di sole e mare, ma non è opportuno venire senza un lavoro o un programma preciso, gli affitti sono cari e ci vuole parecchio tempo per ingranare. Meglio poi non fidarsi di storie e consigli di chi non vive ed opera nel business in Qatar: sono zone difficili e gli affari non si gestiscono a distanza.

Inshallah.