MAFIE, SERVIZI DEVIATI E MASSONERIE UNITI CONTRO IL PAESE

DI LUCA SOLDI

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A confermare che le strategie mafiose hanno radici e vertici comuni arrivano le indagini della procura di Reggio Calabria.
Le carte, rese pubbliche in queste ore, fanno emergere che non furono solo i Corleonesi a compiere le “stragi continentali”, quelle del 93, 94 con le bombe in via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano e San Giorgio al Velabro a Roma. Viene disegnato un quadro complessivo della strategia eversiva che “rischia” veder riscrivere la storia del tempo con una ancora più marcata visione destabilizzatrice dell’assetto democratico.
A questo proposito può sorprendere veder accomunati ‘ndrangheta e mafia.
La sorpresa dura poco, insieme a loro a tenere insieme il tutto c’è un mondo fatto di corruzioni materiali e morali al centro del quale sono presenti, la peggior politica, la massoneria e come spesso e’ accaduto nei peggiori momenti della vita del Paese, i servizi deviati. Nell’indagine “ndrangheta stragista”, cui hanno partecipato anche il procuratore capo Federico Cafiero de Raho, il pm Antonio De Bernardo, il Servizio centrale operativo, l’Antiterrorismo, ci sono tutti i fili oscuri legati al periodo stragista degli anni ottanta e novanta. Ben mille pagine dell’ordinanza cautelare nelle quale si ricostruisce l’intera strategia di destabilizzazione dello Stato, a cui erano interessati, in quei primi anni ’90 non solo ‘ndrangheta e Cosa nostra.
Ritornano immancabilmente i legami delle cosche con la massoneria, gli apparati deviati dei servizi segreti, ancora una volta visti come possibili ispiratori della strategia stragista. Si aggiungono in questo calderone micidiale gli interessi della galassia dell’eversione nera e l’influenza che tutto ciò ebbe sul nascente assetto politico dei
partiti.
Tutte quelle che un tempo parevano essere classificate fra le fantasie più contorte sembrano essere divenute tragiche e tristi realtà. Pochi i dubbi da parte dei magistrati: “Sullo sfondo delle stragi appare chiara la presenza di suggeritori occulti da individuarsi in schegge di istituzioni deviate, a loro volta collegate a settori della P2 ancora in cerca di rivincite”.
A tirare le fila degli accordi fra le “piovre” c’era ancora lui, Totò Riina.
Ed è lui, il boss dei boss, secondo gli inquirenti, a decidere di chiedere alla ‘ndrangheta di cooperare alla strategia del terrore. Dopo il suo arresto nel gennaio 1993, seguito alle stragi di Capaci e Via D’Amelio, si tennero nell’autunno di quell’anno almeno tre importanti riunioni in Calabria tra mafiosi e ‘ndranghetisti: una in un villaggio turistico in provincia di Vibo Valentia, cui parteciparono tutti i capi delle cosche; una a Melicucco (alla presenza forse dello stesso Giuseppe Graviano) ; l’ultima a Oppido Mamertina. Territorio dei clan Mancuso, dei Pesce, dei Mammoliti ma soprattutto dei Piromalli, quelli che più avevano stretto i rapporti con i Corleonesi. I calabresi decisero di aderire al piano dei siciliani. E per questo organizzarono tre attentati contro i carabinieri, cioè contro quell’istituzione dello Stato che aveva materialmente arrestato Totò Riina.
Ci doveva essere una serie di “punizioni” esemplari contro l’Arma che si era resa colpevole di aver leso l’invincibilità della piovra.
Il primo segnale arrivo, nella notte tra il 1 e il 2 dicembre 1993, quando un gruppo di fuoco composto da Giuseppe Calabrò, Consolato Villani (entrambi già condannati) e Mimmo Lo Giudice ( personaggio nel frattempo deceduto), tentarono di uccidere due carabinieri a Saracinello con un mitra M12.
Non ci riuscirono, anzi non li ferirono neppure; il secondo attacco si svolse il 18 gennaio 1994, quando con la stessa arma furono assassinati gli appuntati Garofalo e Fava sulla Salerno-Reggio Calabria, all’altezza di Scilla; ed un terzo attentato, con l’agguato ai due carabinieri Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra, che non morirono ma rimasero gravemente feriti.
Era il tempo della guerra iniziato con Capaci e via D’Amelio e proseguito poi negli anni a seguire con le stragi di via Dei Georgofili a Firenze, con quelle di Roma e Milano.
E’ in questo contesto che si inseriscono le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, affiliato della famiglia di Brancaccio dei fratelli Graviano. Ai magistrati Spatuzza ha raccontato di un suo incontro con Giuseppe Graviano al cafè Doney di via Veneto, a Roma, durante il quale il boss gli fece capire che dovevano riprendere l’iniziativa, con qualcosa di sconvolgente. “Abbiamo il Paese in mano, si deve fare per dare il colpo di grazia”, fa mettere a verbale Spatuzza. “Graviano mi dice che dovevamo fare la nostra parte perché i calabresi si sono mossi uccidendo due carabinieri e anche noi dovevamo dare il nostro contributo. Il nostro compito era abbattere i carabinieri e quello era il luogo dove potevano essercene molti, almeno 100-150”. Quel luogo era lo Stadio Olimpico di Roma. Il giorno fissato, secondo Spatuzza, era “il 22 gennaio 1994”. Un sabato. La macchina, una Lancia Thema fu riempita con 120 kg di tritolo, addirittura 30 kg in più rispetto a quello usato in via D’Amelio. Ma il telecomando non funzionò. Nonostante lo stesso Spatuzza premette più volte il pulsante, l’auto che era posizionata in viale dei Gladiatori, vicino alle camionette dei carabinieri non esplose.
Per un caso, la vita di tanti servitori dello Stato ed il destino di un Paese, furono salvi.