A GENOVA IL TEMPO E’ DENARO

 

DI ENRICA BONACCORTI

Fattore “G” come Genova, la mia città. Una città lunga, distesa ad arco intorno alla sua “Janua”, porta che affaccia sul mare. Una porta stretta. Siamo stretti fra mare e Piemonte, siamo stretti nei vicoli, le vigne hanno lo spazio dei rampicanti, chiamiamo piazze degli slarghi. Viviamo stretti l’uno all’altro ma siamo stretti nell’esternare, stringati nelle parole e nelle spese. Si vive in sottrazione, a Genova l’eleganza è non farsi notare. Si cammina in fila seguendo la corda tesa che attraversa la città da un estremo all’altro, che ci rende sempre pronti allo scatto della critica, raramente all’entusiasmo.
Preferiamo criticare che festeggiare, vuoi mettere la soddisfazione.. È famoso l’accordo degli antichi marinai genovesi, che fra le due opzioni, 100 lire e niente commenti oppure 80 e ‘mugugno’ libero, sceglievano massicciamente la seconda. E il mugugno altro non è che potersi lamentare, poter criticare, e per noi non ha prezzo.
Forse è l’unica leva che ci fa uscire dalla fila, l’alibi che supera e annulla l’automatica disapprovazione verso chi si mette in mostra. E allora la protesta diviene dirompente, la parola stringata e sommessa si fa urlo e valanga, il mugugno individuale diventa rivendicazione sociale.
Difficile far cambiare opinione a un genovese, non si fanno sconti, né in negozio né nell’anima luterana, che al contempo offre garanzie rare nel nostro Paese: affidabilità diffusa, efficienza puntigliosa, serietà. Esclusi i perditempo. Anche perché il tempo è denaro, potrei chiosare con una battuta, ma non è questo. È lo spreco che è insopportabile. Fin da piccoli siamo educati con esempi costanti, anche in famiglie senza grandi problemi o addirittura abbienti, a considerare lo spreco come uno dei peggiori comportamenti, e se si traspone questo a livello nazionale, il mugugno giustamente sale al cielo, dove scolora la B di Bengodi e si staglia la G di Genova. E nu ghe n’è ciù per nisciun..