JERRY LEWIS: UN GRANDE ATTORE MAI AMATO IN VITA

DI ROBERTO SILVESTRI
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Max Rose, uno degli ultimi film di Jerry Lewis. E la diffidenza coriacea della critica americana
Nel maggio del 2013 a Cannes ho ripreso con l’i-phone l’arrivo di Jerry Lewis nella sala del Sessantesimo in occasione della proiezione di “Max Rose”. Enrico Ghezzi e Lorenzo Esposito, in attesa dell’arrivo del Chief. Ma non sono sicuro che queste immagini apparirranno mai……
Roberto Silvestri
Domanda:     “Le piacerebbe fare un film senza gag?
Jerry Lewis:  “No”
Non ho mai incontrato Dean Martin che con Jerry Lewis faceva un duo esplosivo. Erano come l’acqua e l’olio. Perfetti. Diversi.
Ma. La quarta e ultima volta che ho visto la demoniaca energia di Jerry Lewis dal vivo è stato a Cannes nel 2013 quando, nel finale del festival, ha presentato uno dei suoi ultimi film da attore, Max Rose, di Daniel Noah, nel quale interpreta il ruolo di un anziano pianista di jazz. Saranno solo due i film successivi, Finché sorte non ci separi 2 di Roberto Santucci (2013) e I corrotti di A. e B. Brewer (2016).
Però ho avuto la fortuna di conoscere Jerry Lewis nel 1982 grazie alla collega del Corriere della sera Giovanna Grassi che mi ha aiutato ad intervistarlo, sempre a Cannes (anche se è arrivata in ritardo perché non voleva perdersi le ultime sequenze di Et, innervosendolo non poco perché io non parlavo allora una parola di inglese, e adesso sì). Re per una notte, il grande fiasco di Scorsese, era in concorso quell’anno. Lewis era comunque anche in grande attività registica. Dopo Bentornato Picchiatello stava lavorando a Qua la mano Picchiatello e il copione, sul suo tavolo del Carlton Hotel era ben visibile e pieno di correzioni, segni e disegni. L’ordine disordinato, appunto. Un cagnolino piccolo e odioso come un topo gironzolava inquietantemente nella stanza dove ogni tanto faceva capolino la sua nuova moglie, Sam Dee Piknik, appena sposata da poche settimane dopo il divorzio con Patti Lewis. Alla fine dell’intervista, non priva di acrobazie, follie alla Marx bros. e performance da show man del super divo, tanta era l’emozione che ho preso in grande velocità il registratore. Ma era il suo, non il mio. Per evitare problemi registrava sempre le sue interviste.
E l’ho rivisto di persona, dopo Cannes 1983, a Londra nel 1997 (trionfale performance nel musical Damn Yankees, in platea anche Vieri Razzini e il critico di Cinema Nuovo Maurizio Del Ministro, che di Jerry Lewis era il sosia ancor più di Celentano) e a Venezia 1999 – quando Muller gli ha reso un meritatissimo omaggio consegnandogli il Leone d’oro alla carriera – come si vede da queste foto e immagini che ho scattato nella Sala del Sessantesimo. Un grande ingegno, Jerry Lewis – The Chief (come era scritto sulla porta del suo ufficio), prima ancora di essere quel comico irresistibile adorato da Orson Welles stupefatto dalle cose pazze che succedevano nei night club, con Dean e Jerry che mettevano tutto a soqqadro, saltavano sui tavoli, mangiavano nei piatti dei clienti, tagliavano le loro cravatte e li facevano letteralmente “pisciare addosso dal ridere”. I film del duetto, quelli di Tashlin a parte, non erano all’altezza dell’anarchia devastante degli show live, ma tutti gli isotopi lì sparsi vennero poi riorganizzati e potenziati nelle opere di Jerry “regista più rivoluzionario d’America”, come scriveva Godard, oltre che “uno dei suoi uomini più sexy” (Marilyn Monroe). Lui, che considera, con modestia cristallina, Burt Reynolds e Cary Grant “le migliori commedianti femminili di tutti i tempi”. E non si tratta di una boutade.
Gemma radiosa della comicità transmaschile e transfemminile Jerry (ricordate la sua imitazione di Carmen Miranda?) è al di là e al di qua dei generi sessuali, cosa che mette in estremo imbarazzo i tanti reazionari e khomeinisti dell’immaginario, dentro e fuori gli schermi, che siano contrari o favorevoli al ‘matrimonio per tutti’: è il non matrimonio a destabilizzarli, il danzare indeciso tra i sessi e oltre…E poi l’artista non ha sesso, può interpretarli tutti. E’un corpo totalmente mutante, direbbe Alessandro Cappabianca.
La cosa infastidisce molto i giornali e l’opinione pubblica americana media. Misteriosamente. Pochi e tardivi i premi artistici ricevuti in patria. L’oscar solo onorario e per meriti umanitari. Il Golden Globe sfiorato solo decenni fa per Boeing Boeing, la commedia d’ambientazione areonautica nella quale Jerry voleva sostituire Dean con Tony Curtis senza riuscirci ma creando un cocktail originale di sensualità e anarchia. Ma la diffidenza critici-Lewis ha antiche origini, nonostante gli sforzi di Peter Bogdanovich e pochi altri.

Prendiamo il Los Angeles Times che dalla Croisette 2013 in un pezzo rovente firmato da John Horn* (è proprio il suo Little Big Horn) contro di lui e contro i francesi che lo hanno sempre adorato (acutamente, straordinariamente a ragione), ricorda che “Jerry non fa davvero più ridere nessuno da quando Eisenhower fu eletto presidente”. Il che può essere anche vero. E dovrebbe un po’ vergognarsi di questo, mister Horn. Che per fortuna non ha scritto il necrologio di questo genio scomparso della commedia slapstick perché perfino il Los Angeles Times non esagera in autolesionismo. C’è infatti molto poco da ridere in e di un’America che inizia a fare guerre ingiuste, rinnegando Roosevelt. Corea e Vietnam, Iraq e Afghanistan sono una escalation di orrori da far smettere di girare film qualunque cineasta dotato di coscienza, cosa che Jerry Lewis ha fatto. C’è qualcosa di ‘oltre la risata’ che Jerry tocca, uno spazio artaudiano di crudeltà subumana mai scoperto prima, che Jerry scardina, sovrumanamente.
E’ una risata egemonica che tanti altri critici anglofoni non hanno il coraggio di provare. Andrebbero in mille pezzi. Esploderebbe la loro coscienza. In fondo quando fu eletto presidente Eisenhower ci fu un’altra cosa strana e indefinita che nacque assieme alla risata ad ultrasuoni di Jerry. Il rock. Vi dice niente? Che sia il migliore comico maschile e il migliore comico femminile e il migliore comico ibrido di tutti i tempi, Jerry, non c’è dubbio.  Astronauta dello sconosciuto, Lewis è il feddayn dell’autoanalisi americana. Yiddish e arabo nello stesso tempo. Mai ortodosso. Troppo coraggioso per tutti, dunque.
Lo scopriranno i critici Usa primo o poi? Per ora sono troppo lenti. Speriamo che siano diventati rock il giorno del necrologio…
E cosa dire all’amico e ex collega di Hollywood Party David Rooney, l’aussie che scrive (su Variety) di meravigliarsi di trovare Max Rose in competizione ufficiale a Cannes (come se chissà quale perle ci fossero), aggiungendo perfido cose velenose sulla vecchiaia di Jerry: “ a staggeringly artless geriatric soap that sinks its dentures into every trite platitude about aging, mortality, regret and surrender, only to regurgitate them again and again. Starring as a jazz pianist, Lewis says of one particular gig, ‘I was playing simplistically and way too melodramatic.’ Sadly, he could be talking about any aspect of this sub-Hallmark Channel schmaltz”. Cosa rispondere se non che ‘semplicità’ e ‘melodramma estremo’ sono gli ingredienti alchemici di un grande cinema non consolatorio e non adagiato sul sì, non alla vita, ma allo stato di cose criminali vigente? Sono gli ingredienti bastardi e avulsi  di L’Idolo delle donne, giustamente riproposto sulla Croisette, e di Le folli notti del dottor Jerryl di cui Max Rose è la versione  soft, da classe differenziata per critici. Strano che un collega australiano così prestigioso, ma per anni in Italia ed esposto alla scienza della farsa, come Rooney, non li apprezzi. Complessità e melodramma borghese sono l’estasi per Rooney?
In Max Rose Jerry è un pianista di jazz che prima di essere schiaffato in una costosissima e orribile casa di riposto di vecchie glorie della performance (compreso un coriaceo sindacalista di sinistra) e di morire a sua volta, scopre che la moglie defunta, amata senza tradimenti per 65 anni, ha avuto una storia obliqua con un divo del cinema (che poi si scoprirà, essere Dean Stockwell in persona, come darle torto?) con il quale Jerry fa un duetto che trasforma quelli bergmaniani tra Max von Sydow e Gunner Bjornstrand in un confronto alla Ferilli/Servillo. Il cattivo umore, l’antipatia, la durezza di atteggiamento rispetto alla vita (non solo americana) il voler mettere tutto a soqqaudro, la voglia di rivoluzione totale che Jerry ha trasmesso a tutti i ragazzi del mondo, equivalenza cinematografica del grande affondo involontario di Elvis, delle spalle date al pubblico da Miles, del ghigno di Cybulsky e Brando nei Selvaggi, si stemperà appunto in un nietzschiano Yes, I hope. Come ai tempi di Buddy Love. Cannes 66 è poco degno di Jerry.

* Lo stesso Horn si è divertito un mondo nello scrivere, sempre da Cannes 2013, che Jerry Lewis considerava il suo film inedito (che vedremo solo nel 2025) The Day the Clown Cried bad, bad, bad scambiando un giudizio etico per una critica estetica. E aggiungeva: Si tratta di uno dei più grandi fiaschi della storia del cinema, paragonabile a Il cancello del cielo, Isthar e Howard the Duck. Strana considerazione per un film mai uscito sul mercato.
Jerry Lewis cos’è l’arte per lei? chiede Peter Bogdanovich. “L’arte? Un uomo col pennello, con una storia, con una canzone, una donna che grida. La marionetta. Un cucciolo. Qualcosa di tenero. Una donna è l’arte….Il desiderio di un uomo per lei è perfino più artistico…E quando la cosa è reciproca siamo all’apoteosi artistica