UOMINI CHE ODIANO LE DONNE. E LE SFREGIANO PER GELOSIA

DI MARIASOLE PORTALE

Se verrà giudicato colpevole delle terribili accuse che gli sono mosse – ormai pare manchi solo una confessione – l’avvocato Luca Varani, 35 anni, di Pesaro, è uno di quei personaggi che potremmo ritrovare benissimo in un romanzo giallo, come in un trattato di criminologia. Se si scorre la sua pagina Facebook, ci sono molte cose che colpiscono. La prima: è un bellissimo ragazzo. Atletico, curato, carnagione ambrata, grandi occhi neri. E questa è sicuramente la prima cosa che si nota. O, quantomeno, la prima che salti agli occhi di una giovane donna come me. Poi, l’avvocato deve condurre una vita piuttosto interessante. In una foto è nel bel mezzo del cielo, agganciato ad un istruttore, mentre si lancia col paracadute. Un appassionato di sport estremi, pare. In un’altra, è sdraiato sulla prua di uno yacht. Dietro, sullo sfondo, grattacieli di quella che ha tutta l’aria di essere una grande città americana, forse New York. In un’altra ancora, fa il guascone, con una collana di salsicce al collo. Nell’ultima, in maglia bianconera, sorride ad una partita della Juve. Strano pensare che questo giovane professionista, avvocato rampante, colto, benestante, con una vita così attiva, sia l’autore di uno dei crimini più atroci che si possano immaginare. Avrebbe ingaggiato due sicari per far sfregiare l’ex fidanzata con l’acido.

Luca Varani da un anno e mezzo perseguitava la sua ex, Lucia Annibali, avvocatessa anche lei. Colleghi e coetanei. Luca e Lucia. Una passione travolgente, poi diventata una relazione malata, “morbosa” l’aveva definita lei stessa. Era pieno di rabbia perché lei l’aveva lasciato. E soprattutto perché Lucia aveva rivelato alla sua fidanzata storica, di cui aveva per puro caso scoperto l’esistenza, la loro relazione. La perseguitava. La pedinava. Si era anche procurato una copia delle chiavi di casa sua. Chiamava perfino il medico della ragazza per avere informazioni su di lei. Lucia non lo aveva mai denunciato. Per paura di rovinargli la carriera. Sperava che si rassegnasse e la smettesse da solo. Intanto la sua vita si trasformava in un incubo. La ossessionava. Non la lasciava in pace. La minacciava. La seguiva ovunque. Un giorno, il padre di Lucia alza il telefono: “Se non la finisci, ti ammazzo”. Lui per un po’ scompare, ma poi torna, e riprende a perseguitare la ragazza. Anzi, un giorno, accecato dall’odio, tenta perfino di ucciderla manomettendo l’impianto del gas del suo appartamento, col rischio di far saltare in aria un palazzo di 5 piani. Poteva essere una strage. Lucia aveva paura. Sempre più paura. Tanto che aveva iniziato a dormire dai genitori, o a farsi accompagnare da qualcuno quando doveva tornare a casa la sera.

L’acidificazione è un crimine diffuso in Paesi come l’Afghanistan, il Pakistan, il Bangladesh. Paesi in cui le donne non sono esseri umani, ma oggetti senza volontà. Donne punite perché hanno rifiutato un pretendente, perché chiedevano di poter studiare, perché anche solo sospettate di un tradimento, perché si sono ribellate ad un matrimonio imposto dal padre o dal fratello, perché chiedevano il divorzio da un marito violento. Basta un attimo, pochi secondi. L’acido divora la pelle, cancella i lineamenti, rende queste donne dei mostri con fattezze umane. In alcuni casi arriva a penetrare nei tessuti fino a intaccare la muscolatura. Tanto che alcune non riescono più nemmeno a mangiare, possono alimentarsi solo di liquidi con una cannuccia. L’obiettivo è uccidere: non fisicamente, ma nell’anima. Trasformare queste donne in mostri umani, condannandole ad una vita di dolore e di emarginazione. In quei Paesi le donne che hanno subito questo orrore vengono emarginate dalla società e allontanate dai loro stessi parenti, che si vergognano di loro. Non troveranno né lavoro né marito e saranno condannate ad un’esistenza di stenti. Molte si suicidano, come Fakhra Younas, la bellissima ballerina pakistana diventata un’icona della lotta per l’emancipazione femminile nel mondo islamico. Aveva chiesto il divorzio perché il marito la picchiava e lui, nel sonno, le aveva versato sul viso una bottiglia di acido, sfigurandola per sempre.

Una disperazione che si rinnova ogni giorno, puntualmente crudele, quando ci si trova di fronte al proprio volto devastato, alla violenza subita.

Giusi Fasano, del Corriere, è andata a trovare Lucia nella casa dei suoi genitori a Urbino. A lei racconta quei terribili istanti: “Ricordo la mia faccia che friggeva, rantolavo. Ho fatto in tempo a specchiarmi un istante prima che gli occhi non vedessero più niente. Ero grigia, c’erano bollicine che si muovevano sulle mie guance. Urlavo, urlavo tantissimo”. Il suo aguzzino non la sfiora neppure, eppure c’è più violenza in quel gesto che in uno stupro, in una coltellata. Poi il ricovero, al Centro ustioni dell’ospedale di Parma. Le cure, le operazioni, i laser. Una mattina, Lucia prende il coraggio a quattro mani. “Dottore, come sarò?”. “Avrai delle cicatrici, dei segni…”. Il medico abbassa lo sguardo. “…Sì?”. “Avrai la pelle di un colore diverso. All’inizio non ti piacerai. Ma poi migliorerai…”. Lucia non può piangere, se piange rovina la pellicola che le hanno applicato sul viso per proteggere la pelle. “Mi sono detta: Lucy, sei adulta, sopporta quello che c’è da sopportare. E sono fiera di averlo saputo fare senza fiatare”. L’orrore subito non ha spento né la dignità, né la forza di questa giovane professionista stimata da tutti. “Non l’avrà vinta lui. Io sono forte e ce la farò. Non mi arrenderò mai, lotterò fino alla fine. Lo sappia chi mi ha fatto tutto questo. Possono avermi tolto il viso, non la voglia di ricominciare. Sono qui, viva. Ho giurato a me stessa che ce l’avrei fatta e ce la farò”. Guarda vecchie foto. Bambina, in braccio al papà. Il giorno della laurea, con un mazzo di fiori in mano. In costume, al mare. “Quella non sono più io” dice. “È la mia ex. So perfettamente che non tornerò com’ero prima, ma ci andrò il più vicino possibile, vedrete”. Lucia la Guerriera è a quota otto interventi. “La prossima sarà un’operazione per allargarmi la bocca, così sembrerò ancora più umana e finalmente potrò sorridere”. Difficile dire quando sarà pronta ad affrontare il mondo là fuori. “L’altro giorno sono uscita un attimo, a Pesaro, con mia madre e mia zia”, racconta. “Mi guardavano tutti… Vabbè, prima o poi ci riprovo”. “Non è lei che deve nascondersi”, interviene il papà, con la voce rotta dal dolore. No che non è lei.

Intanto Lucia la Guerriera ha vinto la sua prima battaglia, quella forse più importante: salvare gli occhi. Ha perso 6 gradi di vista, non riesce a chiudere completamente le palpebre divorate dall’acido (per farla dormire gli infermieri sono costretti ogni notte a inondarle gli occhi di crema per renderla temporaneamente cieca), ma il rischio di cecità è stato scongiurato. Lucia la Guerriera, la mattina, quando si alza, riesce ancora a vedere il sole e il volto dei suoi cari. E questa era, per ora, la cosa più importante. La sua storia campeggia oggi su tutti i giornali. A ricordarci che sì, l’abisso, quell’abisso da cui credevamo di essere al sicuro nella nostra civile Italia, è in realtà a un passo da noi. E potremmo caderci dentro da un momento all’altro. Là, negli occhi profondi dell’avvocato Luca Varani.

Pubblicato il: 26 Ago, 2013 @ 00:46

MAI RINUNCIARE ALLA CARRIERA PER UN UOMO

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