L’ITALIA E IL RISCHIO TERRORISMO

DI CECILIA CHIAVISTELLI

L’Italia, appendice fisica dell’Europa, campo di battaglia di vari attentati del terrorismo di matrice islamica, è l’unica nazione a non aver subito attacchi negli ultimi dieci anni.

Perché. Non può essere solo una valutazione strategica dei vertici terroristi. Non si spiegherebbero la copertina della loro rivista con la cupola di San Pietro dove sventola la bandiera nera dell’ISIS, o i tentativi, tutti puntualmente sventati, di alcune cellule jihadiste che preparavano attentati, come Venezia, Sesto San Giovanni, Milano e Roma, sono alcuni esempi recenti. Lo stato islamico continua a indicare il nostro paese come un futuro bersaglio da colpire. Ci sono pochi dubbi sulla autenticità del loro progetto. E neanche significa che non ci siano possibili esecutori.

Anis Amri, il tunisino che con un camion aveva invaso le bancarelle di Natale a Berlino, ucciso dalla polizia nei pressi di Milano, forse si era radicalizzato nel carcere siciliano. Oppure Mohamed Lahouiaej-Bouhlel, l’assassino di Nizza era stato già identificato dalla polizia italiana.

Un paese che si sente nel mirino della bestia, e, non essendo ancora stato intaccato dal male, sviluppa le tesi più fantasiose: “I servizi segreti del nostro paese hanno raggiunto un patto con i terroristi. I neri non fanno attentati in cambio l’Italia chiude un occhio sul loro transito lungo tutto il territorio”, oppure “L’Italia non viene scalfita perché è un ottimo punto di passaggio per raggiungere altri paesi”.

Non è facile trovare le motivazioni per capire fino in fondo perché non abbiamo subito grossi attentati.

Senza ridurre il livello di allerta perché i colpi potrebbero arrivare, ci sono alla base alcune indicazioni che forse possono giustificare questo stato di cose.

Storicamente l’Italia, al proprio interno, è stata teatro di fatti violenti, come le stragi di mafia, compreso l’omicidio di due giudici anti-mafia, Falcone e Borsellino, con atti di eversione politica, con le Brigate rosse e il terrorismo nero. Questo ha comportato una formazione sul campo di forze dell’ordine e servizi segreti con una gestione ad hoc di strumenti legali e investigativi sviluppati nell’esperienza. Non c’è uno stile italiano nei metodi anti-terrorismo ma solo una efficace capacità preventiva e un buon controllo del territorio.

Anche, la dura lezione degli “anni di piombo”, la perseverante lotta alla mafia ci ha fatto capire l’importanza dell’attività e del coordinamento a livello operativo tra l’intelligence e le forze giudiziarie.

Il Belpaese è l’avamposto di centinaia di volontari che si dirigono verso le zone calde dello Stato Islamico. Alcuni dei kamikaze degli attacchi, in Francia e Belgio sono transitati sulla nostra penisola, muovendosi su un’asse che privilegia la Grecia e Turchia. Da qui la motivazione accettata da qualcuno che l’eventuale attentato potrebbe compromettere questo tracciato. Ma, allo stesso tempo non ci sono molti foreign fighters come negli altri paesi europei ed è più facile trovare risorse necessarie alla sorveglianza quando il loro numero è esiguo. Il costante controllo di persone potenzialmente a rischio di radicalizzazione diventa un problema per quelle nazioni, come Francia, Belgio e Inghilterra, dove vivono immigrati di seconda e terza generazione, facilmente influenzabili dalla propaganda dell’ISIS, affascinati dal loro canto di morte. E non esistono in Italia, agglomerati urbani islamici, come in altre realtà, con precise regole dettate dalla sharia, dove neanche la polizia entra.

Le tanto discusse intercettazioni telefoniche, rientrano nel quadro della prevenzione, permettono di incidere sui legami sociali e portare i sospettati a collaborare con le forze dell’ordine attraverso incentivi. Uno fra tutti il permesso di soggiorno.

Per adesso, le forze dell’ordine oltre alla vigilanza di alcuni obiettivi a rischio, o dove c’è maggiore affluenza e gruppi di persone, svolgono un ampio monitoraggio di ciò che avviene sul territorio. Il livello di guardia resta alto, anche se non è registrata nessuna minaccia imminente, lo conferma la recente approvazione alla Camera dei Deputati di un disegno di legge, ora all’esame del Senato, per prevenire fenomeni di radicalizzazione e di estremismo, prevedendo il recupero sociale e culturale di chi ha manifestato simpatie a ideologie di matrice jihadista, o atti di violenza con motivazioni religiose, in linea con le indicazioni dell’Unione europea.

Per sviluppare gli interventi di prevenzione è stato istituito un Centro nazionale sulla radicalizzazione (Crad) al Dipartimento delle libertà civili e dell’immigrazione del ministro dell’Interno, che collabora strettamente a livello locale con i Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (Ccr), presso le Prefetture dei capoluoghi di regione.