OCSE. PIL ANCORA AVANTI NEL SECONDO TRIMESTRE

DI VIRGINIA MURRU

Nel secondo trimestre 2017 in crescita il Pil in area Ocse, si passa da +0,5% del trimestre precedente a +0,7%, si tratta degli ultimi rilevamenti dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica, che ha diffuso i dati preliminari. Italia e Francia confermano la stabilità della crescita, con il nostro paese che registra un +0,4%, mentre la Francia va +0,5%. In lieve flessione il Pil della Germania, che passa da +0,7% del primo trimestre a +0,6% del secondo.

L’Ocse sottolinea che nel corso degli ultimi tre mesi la crescita è diventata più consistente nelle economie più solide, tra queste si distingue il Giappone, che passa da +0,4% all’1%, negli States da +0,3% del primo trimestre a +0.6%. La Gran Bretagna, che in clima di Brexit si fa i conti in tasca mentre porta avanti le trattative con l’Ue, e non presenta un Pil esuberante nei dati del secondo trimestre, cresce di poco, solo +0,1%.

In generale, in Eurozona, l’espansione registrata negli ultimi tre mesi è lieve, solo +0,1%.
Se consideriamo i progressi del Pil a/a in area Ocse, si rileva un’accelerazione pari al 2,4% (2° trimestre 2017), rapportato al 2,1% del periodo precedente. Tra le sette maggiori economie dell’Area, USA, Germania e Giappone hanno presentato la più rilevante espansione annuale, l’Italia, pur avendo registrato una spinta propulsiva notevole, si ferma a +1,5%

Mentre l’Euro ormai segue la sua marcia inarrestabile nei confronti del dollaro, presentando performance ai massimi dai primi mesi del 2015, raggiungendo quota 1,19 (euro/dollaro). Certamente ha influito anche l’ottimo andamento dell’economia europea ( +2,2% su base annua), che ha così sorpassato il Giappone (+2%).

Per l’euro il 2017 è un anno da record: fin dai primi mesi si è apprezzato del 13,5% nei confronti della valuta americana. Col cambio ora siamo esattamente a 1,1934, ovvero l’ascesa maggiore dal 2015. La divisa europea ha insidiato anche il cambio con la sterlina, guadagnando l’8,5%, il che significa che si è portata (nei confronti della sterlina) a 93 centesimi. Risultati che non erano prevedibili, non a questi livelli, bisogna tornare indietro fino al 2009 per trovare riscontri simili.

L’euro ha sfidato le valute delle più importanti economie mondiali, apprezzandosi nei confronti (per esempio..) del franco svizzero e dello yen. Il che mette a tacere tutti i pronostici più negativi espressi un anno fa dopo le elezioni sulla brexit. L’economia europea, anche secondo i dati diffusi da Eurostat, gode buona salute, e la ripresa si sta consolidando dopo gli anni di forte crisi nelle economie dell’Occidente.

Se si tiene conto delle valute su scala globale, l’euro si rafforza del 5%, la spiegazione va ricercata nel valore delle esportazioni in Eurozona (si tratta di 19 paesi), e si considerano le esportazioni aggregate dei paesi dell’area euro, le quali attualmente hanno raggiunto valori massimi rispetto al passato. Nel 2008, infatti, l’Eurozona chiuse in deficit gli scambi commerciali con l’estero. Nel primo trimestre del 2017 ( a marzo), si è riscontrato un altro nuovo traguardo: il surplus delle partite correnti ha raggiunto i 44,7 mld, mai stato così alto.

L’apprezzamento della valuta dipende proprio dal valore del surplus, in quanto per acquistare prodotti e servizi dell’area euro, è necessario acquistare anche la divisa dell’area, diventa pertanto praticamente automatico: aumentando gli acquisti di valuta aumenta anche il prezzo della divisa.
Ma tutto questo, visto in un’accezione più ampia in ambito economico, allargando la prospettiva delle valutazioni sulle conseguenze dell’apprezzamento di una moneta, determina nel medio e lungo termine risultati positivi, o invece si verificano cambiamenti di tendenza opposti?

Non è difficile intuire che l’euro, nonostante il suo esaltante percorso in salita, rivelerà ben presto l’altra faccia della medaglia. Si è già visto con il dollaro ed altre monete forti, i conti si fanno poi sul versante commerciale, dove una divisa che scavalca le altre in termini di forza, non agevola gli scambi, può anzi incidere pesantemente nelle relazioni commerciali con l’estero. Le Banche Centrali, solitamente non si entusiasmano quando una divisa galoppa troppo e va oltre i limiti di ‘prudenza’.

L’euro si è apprezzato nei confronti del dollaro anche perché quest’ultimo è diventato più fragile. I dati macro dell’economia americana andavano a gonfie vele nei primi mesi del 2017, ottimi i rilevamenti sul tasso di occupazione, crescita della produzione industriale, positivo recupero del tasso d’inflazione.

Poi qualcosa si è inceppato, e la Fed, che aveva promesso 4 interventi nella politica di aumento dei tassi, è probabile che non vada oltre i due interventi ( a gennaio e giugno). Non sussistono le condizioni, anche se Janet Yellen non ha detto molto al riguardo nel Simposio dei governatori delle Banche Centrali a Jackson Hole, come del resto anche Mario Draghi. Il dollaro intanto ha subito una svalutazione dell’8% su scala globale, ed è per questo che, automaticamente, l’euro si è rafforzato ancora di più.

Una crescita del 10% dell’euro potrebbe ridurre gli utili dell’Eurozona di circa l’8%, insidiando così anche la scalata del Pil. E nemmeno il sospirato target del 2% dell’inflazione potrebbe così essere raggiunto. L’andamento dell’economia è legato a troppe variabili, è anzi tempestato d’incognite.
Di certo sul piano degli scambi commerciali, a livello globale, l’euro sta diventando tutt’altro che competitivo, il che non favorirà i paesi dell’area nelle esportazioni.

Questi sono i rebus che presenta l’economia, la quale deve sempre reggere il confronto con gli assetti globali e viaggiare in sintonia con realtà diverse. Per il momento le rilevazioni dell’export a giugno, presentano ottime performance, nei primi sei mesi dell’anno in corso le vendite di beni e servizi aumentano dell’8%.

Sul versante italiano, intanto, secondo i dati diffusi dall’Istat, ad agosto migliora la fiducia di consumatori e imprese, l’indice è in crescita, e passa da 105,6 punti a 107, ossia il livello più alto rispetto all’anno che ha preceduto l’ultima grande crisi economica del 2007. In aumento anche l’indice dei consumatori, in armonia con tendenza alla crescita.