VENEZIA 74: LA PICCOLA CITTÀ IDEALE DI ALEXANDER PAYNE

DI MARIUCCIA CIOTTA

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Il bianco accecante del piazzale davanti al casinò con suoi alberelli gracili e ordinati in fila, tutto nuovo come la facciata del Palazzo liberata dagli scudi rossi, adesso irta di palloncini trasparenti, è lo scenario giusto per il primo film in concorso, Downsizing di Alexander Payne. Scenografia post-umana.

Nel laboratorio del Nutty professor i corpi organici si trasformano, le cellule impazziscono come in Tesoro, mi sono ristretti i ragazzi, i “rubacchiotti” della favola si animano, i soldatini in plastica di Joe Dante vivono…. ma Payne è nato a Omaha, Nebraska, e con lui quasi tutti i suoi film, commedie nere malinconiche sulla ricerca di sé. In About Schmidt N’dugu rivela a Jack Nicholson, vedovo on the road, qual è il senso della vita, nascosto forse nella Santa Ynes Valley per i due amici in viaggio di Sideway oppure a Lincoln, la capitale, secondo il Bruce Dern di Nebraska, ballata struggente di Bruce Springsteen.

Allora si ride in Downsizing con le battute (sceneggiatura del regista più Jim Taylor) al fulmicotone di Christopher Waltz (cult di Tarantino) precipitato nella “città ideale” di Truman Show e in quella di Wall-E dove i terrestri sopravvissuti alla catastrofe ambientale vivono in un modo asettico e robotizzato. Un mondo in miniatura. Idea di uno scienziato norvegese per fronteggiare l’aumento della popolazione, fermare il saccheggio delle risorse e salvare il pianeta dal default. Al contrario di The Incredible Shrinking Man di Richard Matheson (e film inarrivabile di Jack Arnold), Matt Damon, triste fisioterapista del lavoro a Omaha, si fa colpire volontariamente dalle radiazioni Bx che non lo faranno rimpicciolire “tre millimetri al giorno”, ma subito.

Downsizing inizia dentro un film di fantascienza old fashion, colori, scenografie, abiti, qualcosa come Occhi bianchi sul pianeta terra condito con The Shaggy Dog, Il mondo dei robot, La fuga di Logan… Un mondo dal caldo colore ai confini della realtà dove ti aspetti che il topo-cavia del laboratorio norvegese cominci a parlare o a ingigantirsi, tipo la Tarantula di Arnold. E invece il dramma esistenziale si insinua nella vita vuota di Paul Safranek (Damon), nome storpiato da tutti perché Paul non è nessuno. “Butti in patetico” gli darà il vicino di casa festaiolo (Waltz), miniaturizzato anche lui, abitante della piccola città chiusa sotto una campana di vetro. I “piccoli” della Terra, gli ultimi, i poveri si restringono da soli. A Leisure Town, la città del “tempo libero”, un dollaro ne vale cento, e puoi avere una villa faraonica con la rendita di un impiegato. Eppure Paul non è felice nel “paradiso amaro” di Payne, che lo riempe di storie e metafore, lo affolla come l’Hollywood Party del vicino trafficone di cose di lusso illegali. A cominciare dalla dissidente vietnamita arrivata in un scatolone, resa minuscola per punizione, protestava contro le enormi dighe erette nel Far-East che allagano interi villaggi. Mah. Sarà colpa dei paesi in via di sviluppo l’inquinamento globale? Sfumature di grottesco nella figura di Kristen Wiig, gamba amputata, tuttofare, benefattrice di una comunità al limite della sopravvivenza nella periferia di Leisure Town. Payne scopre gli sfruttati anche nella copia del modello disneyano di Epcot, edificato in scala ridotta a Orlando e in formato gigante col nome di Celebration sempre in Florida. La “città ideale” non esiste, e il regista costruisce un’arca di Noé, deviando dalla surrealtà di genere, la serie B preveggente del futuro, e parte per i fiordi verso una realistica incursione sul tema “fine del mondo”. Il topolino-cavia è rimasto nella sua gabbietta.