TRA I MAGNIFICI BORGHI MARCHIGIANI, DOVE IL TERREMOTO HA DISTRUTTO TUTTO

DI LOREDANA LIPPERINI

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Dunque, com’erano i borghi? Se permettete, comincio dal viaggio di ritorno, sali e scendi fra gole e campagne in gran parte bruciati, e aspri e lunari e cinerei come la terra di Mordor, dove nulla sembra poter crescere. Se fosse una similitudine, sarebbe scontata: perché l’aria che respiriamo, negli ultimi mesi, sembra essere tossica come quella che soffia durante un incendio, o meglio ancora subito dopo un incendio, quando resta ancora il sentore di fumo, e gli occhi bruciano.
I borghi. In questo mese ho conosciuto persone magnifiche, alcune incontrate dopo una felice frequentazione in rete (perché esistono anche le frequentazioni felici, non solo quelle tossiche), altre già note e amate, altre ancora nuove, e belle. In questo mese ho attraversato paesi morti, zone rosse sbarrate, cittadine senza piazza e cittadine che una piazza l’hanno già avuta per volontà tenace del proprio sindaco. In questo mese ho ascoltato. Gli abitanti di Camerino, per esempio, che non hanno più il proprio centro, e i cui commercianti pagano cifre salatissime per raffreddare il tendone commerciale in questa estate bollente, e altrettante ne pagheranno per riscaldarlo, fra poco. I piccoli artigiani di Morro, per esempio, che hanno sì visto il proprio territorio teatro di concerti benefici, dove però a vendere i propri prodotti erano le ditte di Urbino. E ho anche capito una cosa, che non ha a che vedere solo con i borghi, e con il terremoto.
Il sistema dei media. Quello che ingloba quanto avviene nei social illudendosi di fagocitarlo e di sopravvivere, e invece si avvelena, articolo dopo articolo. Il sistema politico, che si adegua al linguaggio dei social illudendosi di conquistare voti. Tutto è qui, simboleggiato in un paese che non nomino, per ora, dove il 24 agosto, a un anno dalla prima scossa, si consegnano le casette. Alcune casette. A favore di telecamera, di fotografo, di tweet e di status e di articolo. Bene. In quelle casette, però, nessuno potrà entrare fino al 6 settembre, perché non sono stati completati gli allacci di luce, gas, acqua. E allora, perché inaugurarle? Serve una risposta? Davvero?
Noi non abbiamo bisogno di spettacolo. Non più, posto che ne abbiamo mai avuto bisogno davvero. Non abbiamo bisogno di senatori e deputati e vicegovernatrici regionali che si esprimono pubblicamente (un social è pubblico, pubblico, pubblico) come neanche al bar sport più trucido. Non abbiamo bisogno di cinquestelle che parlano solo di Pd e di Pd che parla solo di cinquestelle. Non abbiamo bisogno di una destra che cavalca ogni sofferenza promettendo soluzioni inesistenti. Non abbiamo bisogno di giornalismo che si lava la coscienza con l’articolo dello scrittore a fianco della notizia di cronaca che vellica la rabbia e il risentimento. Non abbiamo bisogno di articoli sull’indignazione dei social. Abbiamo bisogno dei social, per capire, e per provare a riscrivere un’altra storia. Abbiamo bisogno di usarli meglio. Abbiamo bisogno di contare fino a trecento, e di pesare ogni parola. Abbiamo bisogno di status lunghi, pure noiosi se credete. Abbiamo bisogno di tornare a imparare a leggere status e post lunghi e pure noiosi. Abbiamo bisogno di fermarci se non capiamo una frase e una parola, e di cercarne il significato. Abbiamo bisogno di non liquidare tutto con “fascisti, razzisti, buonisti, intellettuali di merda, femministe esaltate”. Abbiamo bisogno di tempo. Abbiamo bisogno di parole.
Questo ho trovato nei borghi. Dove non tutti sono d’accordo su qualunque cosa. Dove si discute e si litiga e ci si avvelena come avviene da quando è nato il mondo. E dove però si è anche in grado di prenderselo, quel tempo, di commentare insieme un articolo di giornale esattamente al bar sport, e scoprire, magari, che a forza di parlarsi si trova un piccolo punto in comune.
La prima responsabilità, però, è dell’informazione.
Sono nata undici mesi dopo la pubblicazione di un famoso articolo che Manlio Cancogni scrisse per “L’Espresso”. Si chiamava “Capitale corrotta, nazione infetta”, ed è stato un modello di giornalismo. Sono cresciuta leggendo articoli così. Sono diventata adulta, il 12 maggio 1977, con la fiducia in cui scriveva cronache straordinarie su quello che era davvero avvenuto quel giorno. Ho sognato di diventare giornalista. Lo sono diventata. Non mi ci sento più. Non finché qualcuno deciderà, infine, che inseguire lettori abbassando il livello ogni giorno di più è un suicidio: dei giornali e dei lettori. Abbiamo bisogno di questo. Adesso. Ben ritrovati.

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