L’ARGENTINA NON SI ARRENDE. VUOLE LA VERITÀ SU SANTIAGO MALDONADO

DI FRANCESCA CAPELLI

Dónde está Santiago Maldonado? Dov’è Santiago Maldonado? È la domanda con cui il cantante cubano Pablo Milanés ha chiuso venerdì sera il suo concerto a Buenos Aires, al teatro italiano Coliseo.
Dov’è Santiago Maldonado? Dal pubblico si alzano decine di fotografie del giovane, che risulta desaparecido dal 1 agosto.
Poche ore prima, la famiglia di Santiago e le organizzazioni per i diritti umani avevano organizzato una marcia per chiedere la “aparición con vida” di Santiago, con ogni evidenza prelevato dalla gendarmeria durante una protesta dei mapuche, nel Sud del paese. I mapuche, popolo originario, reclamano la restituzione di parte delle loro terre: 900 mila ettari ricchi di risorse minerarie, idriche e turistiche, vendute dallo Stato alla famiglia Benetton negli anni ‘90.
Migliaia di persone, a Buenos Aires, hanno riempito Plaza de Mayo e le grandi avenidas circostanti, la stessa piazza dove ogni giovedì le madri dei desaparecidos degli anni della dittatura si riuniscono per tenere viva la memoria e chiedere che non si fermino i processi ai militari e civili colpevoli di sparizioni forzate, detenzioni illegali, torture, omicidi, sequestro di bambini. In contemporanea, si sono svolte manifestazioni minori in tutta l’Argentina.
Il fratello di Santiago, Sergio, ha ricordato come fin dall’inizio il governo abbia cercato di depistare le ricerche, orientandosi esclusivamente sull’allontanamento volontario e abbia accusato la famiglia di non collaborare con la polizia. Solo a una settimana di distanza dal giorno della sparizione, un giudice ha chiesto la perquisizione della sede della gendarmeria e analisi scientifiche sulla camionetta con cui, presumibilmente, Santiago era stato portato via. Di fatto, le indagini sull’allontanamento volontario continuano, con segnalazioni fantasiose e avvistamenti improbabili. Vengono invece ignorate le testimonianze di chi ha assistito alla cattura del giovane.
Sergio Maldonado ha chiesto le dimissioni della ministra della Sicurezza Patricia Bullrich, che alcuni giorni dopo la sparizione aveva dichiarato: “Abbiamo bisogno della gendarmeria per tutto quello che stiamo facendo, per il compito che questo governo si è dato”. Parole che molti hanno interpretato come la volontà di non inimicarsi le forze armate, sulla cui fedeltà il governo dovrà contare nei prossimi mesi, in previsione delle proteste per la riforma della legge sul lavoro e nuovi aumenti dei servizi pubblici.
A manifestazione conclusa, gli scontri con la polizia: tiro di pietre e bottiglie da una parte e lacrimogeni e proiettili di gomma dall’altra. Circa 30 persone sono state fermate e 17 ferite. Secondo i manifestanti la carica della polizia aveva come obiettivo creare incidenti che fornissero il pretesto di usare la forza e criminalizzare la protesta. Scrive un militante sulla propria pagina di Facebook: “Un bidone della spazzatura incendiato, quando ormai la strade si erano svuotate, ha richiesto l’intervento di una squadra di pompieri, con camion e sirena spiegata”.
La manifestazione chiude un mese di mobilitazione in tutto il paese da parte delle organizzazioni per i diritti umani, i partiti politici di opposizione, i sindacati, i lavoratori degli ospedali e gli insegnanti. Questi ultimi sono stati accusati di voler fare politica a scuola, tanto che il ministro dell’Educazione ha invitato le famiglie e i docenti dissidenti a denunciare gli istituti dove si parla del caso Maldonado o si organizzano iniziative a sostegno della mobilitazione. Questo malgrado i diritti umani siano un argomento trasversale dei piani di studio nazionali.
Resta da chiedersi perché la gendarmeria abbia fermato proprio un non mapuche, che non faceva parte di nessuna organizzazione politica e che era solo andato a portare la propria solidarietà alla protesta dei nativi. Una possibile risposta è che durante lo sgombero la maggior parte dei presenti avesse deciso di guadare un fiume, poco profondo, per sfuggire alla gendarmeria. Santiago, che non sa nuotare, deve aver avuto paura di non toccare. Così non si è buttato in acqua, è rimasto sulla sponda ed è diventato un facile bersaglio per gli agenti.
Eppure, secondo l’antropologa Diana Lenton – docente dell’Università di Buenos Aires e fondatrice delle Rete dei ricercatori sul genocidio degli indigeni – c’è altro. “In generale, una politica favorevole alla repressione”, spiega. “Ma io non ho dubbi che quando gli agenti hanno visto un giovane bianco che appoggiava i mapuche, l’abbiano catturato con ancora più rabbia. È la repressione della solidarietà. Non c’è solo la repressione della protesta e del discorso pubblico, ma anche la repressione della solidarietà, che non è ben vista a nessun livello da questo governo”. È un messaggio preciso: a pagare non saranno solo i mapuche, ma chiunque osi appoggiarli.