VENEZIA 74. ANDREA SEGRE E AI WEIWEI: LE DUE FACCE DEI MIGRANTI

DI ALBERTO CRESPI

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La Mostra di Venezia è un luogo contraddittorio, dove nello stesso giorno si possono incontrare cineasti hollywoodiani come Paul Schrader, William Friedkin e il messicano Guillermo Del Toro e vedere film che riflettono sui grandi temi dell’attualità e della politica internazionale. D’altronde, da sempre i festival cinematografici (Cannes non fa eccezione, Berlino ne ha fatto addirittura la propria vocazione) sono una sorta di supermarket dei “grandi temi”. E le contraddizioni non finiscono qui: i film “impegnati” sono spesso ad alto rischio di banalizzazione, ma al contempo un film può accendere i riflettori su un evento di cronaca e suscitare domande importanti per la coscienza collettiva (le soluzioni dei problemi, invece, spettano alla politica, alle istituzioni, a chi lavora sul campo: nessun film ha mai risolto una crisi internazionale né ha mai vinto una guerra, con la possibile eccezione del “Grande dittatore” – ma Chaplin era Chaplin, ne nasce uno al secolo).

Tra ieri e oggi Venezia 74 ha proposto due film che parlano in modo diverso delle grandi migrazioni umane che stanno drammaticamente segnando il nostro presente. Si tratta di “L’ordine delle cose” dell’italiano Andrea Segre, passato fuori concorso; e di “Human Flow” del cinese Ai Weiwei, in concorso. Il confronto tra i due film, accostati dalla casualità (voluta?) del programma veneziano, è molto stimolante. Nessuno dei due, come si diceva, dà ricette né risolve il dramma dei disperati che attraversano quotidianamente il Mediterraneo. Ma, messi insieme, danno una risposta forte a un’altra domanda: come può, il cinema, approcciare simili tragedie mantenendo il rispetto umano, l’integrità artistica, il dialogo con il pubblico? Non sfugge a nessuno, speriamo, che quest’ultimo punto è cruciale: un film è “utile” solo se qualcuno lo vede.

Andrea Segre è un veneto di 40 anni che da sempre si interroga, con il suo cinema, sul rapporto fra l’Italia e gli immigrati. Ricordiamo documentari come “Il sangue verde” (sui fatti di Rosarno) e “Come un uomo sulla terra”, e il bellissimo lungometraggio “Io sono Li”, storia di una donna cinese immigrata a Chioggia. “L’ordine delle cose” racconta la crisi libica da un punto di vista coraggioso: quello di un servitore dello Stato (magnifica interpretazione di Paolo Pierobon), un funzionario del Ministero degli Interni che deve conciliare l’arduo compito di fermare i flussi migratori là dove si concentrano, sulla costa libica, con la propria coscienza di uomo che vorrebbe salvare una donna che gli ha chiesto aiuto – ma è giusto salvare una persona e abbandonarne al loro destino altre mille? Fuori dallo schermo, Segre ha le idee chiare, e non sono quelle del ministro Minniti né del premier francese Macron: “Sappiamo bene quanto stiamo abdicando ai nostri principi negando diritti e libertà a esseri umani fuori dal nostro spazio, ma proviamo a non dircelo o addirittura a esserne fieri”, ha dichiarato ieri all’Adnkronos. Sullo schermo, però, usa gli strumenti della narrazione per essere dialettico: racconta uomini che la pensano al contrario di lui, per capirne le ragioni, per mostrare i meccanismi politici ed economici in base ai quali si muovono.

Ai Weiwei è il famoso artista imprigionato per 81 giorni in Cina nel 2011 e divenuto da allora, anche grazie al suo lavoro per i principali musei del mondo, una sorta di star del dissenso cinese. “Human Flow” (alla lettera “flusso umano”) inizia nel canale di Sicilia con immagini che potrebbero venire da “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, ma poi si sposta su tutti i fronti del mondo dove esseri umani sono in fuga da guerre, persecuzioni, carestie. In ogni teatro di crisi Ai Weiwei intervista un funzionario dell’Onu attivo sul campo, dando l’impressione di un lavoro “embedded” organico alle attività delle Nazioni Unite. Le transumanze dei profughi vengono filmate o con dei droni, che le sorvolano dando al “flusso umano” una bellezza da copertina patinata, o ad altezza d’uomo, spesso fingendo di riprendere tutto con l’iPhone (per intendersi: vediamo Ai Weiwei che inquadra i profughi con il telefonino, ma ovviamente dietro di lui c’è una troupe che lo riprende a sua volta). L’estetica dei droni accoppiata all’estetica dei selfie dà al film un tono “turistico” francamente insopportabile: ma il problema vero è la struttura ad accumulo, che elenca davanti ai nostri occhi le tragedie del mondo rendendole tutte uguali. Da un artista come Ai Weiwei era lecito attendersi un’interpretazione forte, o almeno una problematicità più alta, più complessa. Il film si chiude con le parole di un astronauta siriano che afferma: “Ci sono tante persone cattive al mondo, forse dovremmo spedirle nello spazio”. Sembra una barzelletta, assai poco divertente.

Il confronto fra i due film ci ricorda che usare il cinema per “mostrare” non basta: l’arma del racconto è molto più forte di quella del documento, un romanzo semina più dubbi e domande di un reportage. Curioso che un documentarista come Segre infligga questa dura lezione a un artista visivo come Ai Weiwei. Ieri è passato alla Mostra anche il cortometraggio “Casa d’altri” di Gianni Amelio, 16 minuti di grande cinema girati fra le rovine di Amatrice. Sembra un documentario, con persone vere che raccontano la propria esperienza del terremoto: è invece un film tutto scritto, con attori (non professionisti) che recitano testi inventati e più veri del vero. Partire dalla realtà per trasformarla in romanzo è più rispettoso che “rubare” la realtà sulla pelle delle vittime. È una lezione che il cinema italiano ha imparato nel ’45, Roberto Rossellini l’ha capita per primo: oggi Segre e Amelio sono due degni allievi di cotanto maestro. ( da Strisciarossa).