LE CITTA’ SONO DIVENTATE TUTTE UGUALI

DI LOREDANA LIPPERINI

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Strout, come Munro, e come Haruf, e come, certo, King, racconta di luoghi piccoli. Circoscritti, insignificanti (come, magari l’appena defunta Pescara del Tronto), dove però si può cogliere la geometria dei legami, e naturalmente gli amori e le invidie e i rancori e le rabbie e gli orrori e le meraviglie di una famiglia, di una scuola, di un piccolo quartiere. In fondo, checché ne dicano i più fighetti fra i tenutari di account social, siamo ancora fatti di questo: una famiglia, una scuola, un quartiere, una piazza. In un luogo piccolo è più facile non solo vederlo, ma riconoscerlo. In pochi metri percorsi oggi su via del Corso mi rendevo conto di quanto abbiano mille volte ragione quelli che parlano di gentrification (googlare, grazie), e che ammoniscono che ogni città sta diventando identica a cento e mille altre città, gli stessi marchi di abbigliamento, gli stessi anfratti che offrono cibo (sempre uguale peraltro: quelle patatine, quegli hamburger, quel kebab, ma anche quell’insalata di farro o quel gelato presunto artigianale), qualcosa al cui confronto i vecchi non luoghi di Augé impallidiscono. Eppure, gli scrittori e le scrittrici tornano a raccontare il piccolo, il minimo, i campi di soia o di mais o di radicchio o di lenticchie, le fattorie e le botteghe, le piazze, soprattutto le piazze che svaniscono così spesso. Perché le modalità delle relazioni umane sono identiche, nonostante tutto. Perché io ora sono qui, nel mio giardino, e come avviene da anni, da quando mia madre era viva, la vicina del palazzo di fronte è in balcone a telefonare a sua sorella, e sono anni che io ascolto ogni parola delle sue telefonate, ogni virgola e ogni inflessione, perché lei non si rende conto di parlare a voce troppo alta e non si rende conto di quanto lo spazio fra le case favorisca il rimbombo e ogni mattina, incontrandola, sono tentata di dirle: “sa, io sento tutto da anni e potrei descriverle ogni domanda, ogni crisi, ogni felicità fra lei e sua sorella, e magari le secca, provi a cambiare il luogo da dove telefona”, ma poi mi chiedo perché dovrei toglierle il piccolo piacere di telefonare sul balcone, in estate, e lascio correre. E, ecco, funziona così, sempre così, nonostante tutto, e ben vengano le storie piccole di luoghi piccoli (e quella di Strout non è affatto piccola, peraltro). 

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