NORDCOREA: BOMBA ALL’IDROGENO, TERREMOTI; ADESSO COSA CI ATTENDE ?

DI ALBERTO TAROZZI

Corea del Nord, chi si fida più a definirla una messa in scena?
Per parecchio tempo ci eravamo girati attorno un po’ tutti.

Questo Kim lo fa o lo è?
E a Trump fa comodo fare fuoco e fiamme a proposito di Estremo Oriente per meglio nascondere quello che vuol preparare in Venezuela o magari in Iran?
O ancora poco gli importa della Corea ma sotto il tavolo contratta con la Cina scenari di politica economica meno svantaggiosi per gli Usa?
O infine, è tutta farina del sacco di Kim questa messa in scena o c’è dietro la Cina che lascia appiccare l’incendio per poi apparire in una scena madre con l’aria del pompiere?
Di certo tra i grandi chi se la gode di meno è la Russia che vede espandersi l’ombra di Washington fino ai propri confini orientali, che per chi non lo sapesse toccano il Nord della Corea.

Vertici del Consiglio di sicurezza dell’Onu si susseguono; condanne cui non si sa cosa possa seguire: dialogo, sanzioni, bombe, di tutto un po’. Chiarezza zero.

Il terrore è che qualcuno voglia giocare sull’effetto sorpresa. Una sorpresa per milioni di persone che, dall’oggi al domani, si troverebbero private di quanto hanno di più caro: la loro vita.

Di contorno, e nell’attesa, le divagazioni sul tema, che arricchiscono il patrimonio culturale di chi legge, ma non lo aiutano a prevedere se ci sarà o meno l’inizio della fine: ricordo di quasi 3 milioni di coreani morti in un precedente conflitto anni 50; segnalazioni di investimenti di mezzo mondo, e magari pure dell’altra metà, con un regime, quello di Pyongyang, che non ha problemi a vedere aumentare il deficit del suo bilancio;  attenzioni per il pacifismo del leader sudcoreano a Seul, che peraltro ha pure lui le sue grane con un paese che vede picchi di morti e di suicidi, connessi allo stress di un neoliberismo spinto allo stremo.
Ormai di quelle parti conosciamo di tutto, tranne che fine faranno coloro che vi abitano, nei prossimi mesi.

La prosecuzione della partita a scacchi, secondo schemi ripetutti a ritmo crescente, è forse, a questo punto, lo scenario più auspicabile. Ma ad ogni bomba che esplode, specie se seguita da terremoti che ne avallano l’intensità apocalittica, diminuisce il numero di chi è disposto a scommetterci.
Possibile anche una corsa alla prevenzione cautelativa, per la serie ”chi picchia per primo vince”. Trump vuole dimostrare che, essendo in grado di prevenire Kim con un attacco, non gli lascia nessuna speranza di vittoria; ma Kim risponde dimostrando che con un missile caricato a bomba H, lanciato da non si sa dove, renderebbe vano lo sforzo statunitense di colpire per primo senza subire contraccolpi.

Di fronte alla pazzia sorge il bisogno di ricorrere alla psicoanalisi. E’ del grande Franco Fornari, anni 60, una considerazione che suona da terrificante avvertimento agli strateghi degli scenari estremo orientali di oggi.
Con la bomba atomica la guerra cessa di essere un gioco a vincere/perdere e diventa un gioco a perdere/perdere.
Non c’è prevenzione che conti, sicura è la sconfitta per tutti coloro che vi combattono e forse anche per chi crede di potere rimanere ai margini della catastrofe.

Ma di solito, ai suggerimenti dellla psicoanalisi, poco ricorrono coloro i quali maggiormente ne avrebbero bisogno.