RAPIDO 904: GIUSTIZIA NEGATA PER LA STRAGE DI NATALE

DI PAOLO BUTTURINI

 

Trentatré anni, tre processi e un rivolo di stralci, una montagna di carte che non ha partorito nemmeno il topolino di una sentenza definitiva. E adesso: tutto da rifare.
Nota come “la strage di Natale”, l’attentato del 23 dicembre 1984 causò 16 vittime e quasi 300 feriti. Esattamente come 10 anni prima con l’Italicus (altra strage senza colpevoli), fu piazzato un pacco bomba all’interno della carrozza numero 9 del Rapido 904 in servizio da Napoli a Milano. L’esplosivo fu fatto detonare mentre il treno attraversava la galleria di San Benedetto Val di Sambro, alle 19 e qualche minuto.
Quel massacro segnò il debutto di Cosa Nostra e Camorra come nuovi attori di quella “strategia della tensione” che aveva insanguinato l’Italia negli Anni 60 e 70. Questa fu la tesi sostenuta dal Pubblico Ministero Pierluigi Vigna (più tardi Procuratore Nazionale Antimafia) che descrisse un patto fra Cosa Nostra, la Nuova Famiglia e una parte dell’eversione nera (specializzata in questo tipo di operazioni dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura fino alla carneficina della stazione di Bologna).
In un primo processo (concluso il 24 novembre 1992) furono condannati fra gli altri (dopo la rituale parentesi dell’annullamento a opera della Prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta dall’onnipresente Corrado Carnevale) il boss Pippo Calò, l’esponente della camorra napoletana Giuseppe Misso e due dei suoi fedelissimi, Alfonso Galeota e Giulio Pirozzi. In un procedimento connesso, il 18 febbraio 1994, il deputato dell’MSI Massimo Abbatangelo fu condannato a sei anni di reclusione per aver consegnato l’esplosivo a Giuseppe Misso.
Nel 2011 il colpo di scena: in base alle deposizioni di collaboratori di Giustizia del calibro di Giovanni Brusca, i Pm Paolo Itri e Sergio Amato della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli emisero un’ordinanza di custodia cautelare per il capo dei capi Totò Riina, ritenuto il mandante della strage. Quattro anni dopo, 4 aprile 2015, il “capo dei capi” fu assolto per insufficienza di prove.
Arriviamo quindi ai giorni nostri. Il pubblico ministero Angela Pietroiusti (della Dda di Firenze, competente territorialmente) aveva appellato la sentenza di primo grado e, il 27 aprile 2017 la Procura di Firenze chiede di nuovo l’ergastolo per Totò Riina, ultima udienza del processo di appello 19 giugno 2017.
Perché allora il rinvio sine die? Accade che la riforma Orlando del Codice di Procedura Penale, articolo 603, preveda che il giudice debba disporre la riapertura dell’istruzione dibattimentale in presenza di appello proposto da Pm alla sentenza di primo grado. Ed è quello che ha fatto il presidente della corte, Salvatore Giardina. Peccato che il magistrato sia alle soglie del pensionamento (ai primi di ottobre) e questo comporti l’azzeramento dell’intero processo di appello. Avanti con un altro iter e altre udienze. Fino a quando? Ah saperlo!