KIM JONG UN E LE DITTATURE AFRICANE: UNA LUNGA STORIA DI RECIPROCI INTERESSI

DI MARISA CORAZZOL

(nostra corrispondente da Parigi)

 

 

Pyongyang esporta armi e si spinge fino a formare le forze armate del continente africano, in particolare laddove le più tetre dittature regnano sovrane. E lo fa all’oscuro (forse) della comunità internazionale.

Il dittatore nord coreano Kim Jung-un, indolente alle ripetute messe in guardia di Cina e USA e malgrado le innumerevoli sanzioni dell’ONU non si arrende. Il suo ultimo test nucleare di ieri ha provocato una scossa di 6.3 sulla scala Richter e il “conducator” fa sapere al mondo di poter perfino sganciare la sua “bomba H”, 4000 volte più potente dell’atomica di Hiroshima.

Un comportamento che definire totalmente folle non basta per fermare la “folie de grandeur” dello psicopatico, narcisista, megalomone nord coreano che semina il terrore di un conflitto nucleare su larga scala e che non si può più considerare una semplice “propaganda di regime”, visto che i suoi artigli, in barba agli osservatori internazionali più attenti, hanno da quel dì accalappiato diversi Paesi africani fornendo loro armi e denaro.

Alcuni di questi – dai quali scappano centinaia di migliaia di disperati – commerciano infatti allegramente con il “regime eremita” dell’ Asia Centrale.
Scambi che solo nel 2016 avrebbero raggiunto la “riguardevole” cifra di 200 milioni di euro.

Basterebbe vedere in quali città si trova una ” Avenue Kim Il-sung”, il defunto leader della Corea del Nord e nonno dell’attuale dirigente, per capire che non si tratta soltanto di Pyongyang, ovviamente, ma la si trova anche a Kampala, capitale dell’ Uganda.

La guerra fredda è finita da quel dì, ma non sul continente africano, laddove restano degli irriducibili che continuano a sostenere – e per qualche pugno di dollari – la dittatura nord-coreana.

E’ da sapere, infatti, che la Corea nel Nord ha financo costruito imponenti monumenti sul continente africano. La società “Mansudae Overseas Project” ha eretto statue in ben nove Paesi in Africa: dalla Namibia, con il memoriale dell’Indipendenza, al Senegal, con il Monumento della “rinascita africana”.
Ma le statue non sono certamente l’unica fonte di ricchezza in Africa per Pyongyang.

In effetti, se alcuni Paesi come lo Zimbawe o l’Uganda hanno ufficialmente preso le loro distanze dalla Corea del Nord, Pyongyang ha conservato molti legami economici e militari con altri Paesi.

E’ il caso della Namibia, dove due distaccamenti militari nord coreani operano dal 2016; della Nigeria, che ha conservato molti accordi di cooperazione militare con Pyongyang ; dell’Angola, della Guinea equatoriale, dell’Eritrea e dell’ Etiopia, dove, in particolare, sono stati aperti anche dei conti bancari del governo nord coreano che servono ad acquistare armi.

Un rapporto dell’ONU pubblicato quest’anno conferma queste relazioni pericolose e vietate fra numerosi Paesi africani e la Corea del Nord.
Relazioni che riguardano essenzialmente la vendita di armi nord coreane che sono state perfino usate dai caschi blu nella Repubblica Centro-Africana, a sud del Sahara. Il colmo!

Le indagini di un gruppo di esperti inviati dall’ ONU e riportate in un rapporto d’inizio anno 2017, hanno svelato l’esistenza – ormai da decenni – di commercio e di attività di cooperazione della Repubblica popolare democratica della Corea del Nord in Africa, comprese delle attività a carattere clandestino condotte su grande scala.

Undici Paesi africani su cinquantaquattro non rispettano pertanto le sanzioni votate dalle Nazioni Unite. Per molti si tratta di Paesi che sopravvivono ai margini della comunità internazionale e che necessitano, comunque, di equipaggiamenti militari.

Gli investigatori dell’ONU hanno tracciato anche la consegna di armi al regime di Joseph Kabila, soprattutto delle pistole automatiche destinate alla guardia presidenziale. Il presidente congolese si è sempre più legato alla Corea del Nord e ciò man mano che crescevano le pressioni internazionali affinché lasciasse il potere.

E’ quanto risulta dall’intercettazione del “Jie-Shun” nel mese di agosto del 2016 nel Canale di Suez, per esempio.
Quella nave nord coreana trasportava 30 000 razzi PG-7 a destinazione della Repubblica democratica del Congo. C’erano anche armi nascoste sotto 2 300 tonnellate di limonite e un ammasso di idrossido di ferro microcristallino. Il tutto in totale violazione delle risoluzioni dell’ONU.

Altro esempio è l’ Angola, dove la vittoria alle ultime elezioni del “MPLA” (Movimento per la liberazione dell’Angola) al potere dal 1975, dovrebbe far sorridere i generali nord coreani i cui istruttori continuano a formare i membri della guardia presidenziale alle arti marziali.

In Namibia, il rapporto dell’ONU rivela altresì la costruzione di una fabbrica di armi e di un centro di addestramento militare nord coreani ad opera delle società “Mansudae Overseas project et Korea Mining Development Trading Corporation” (KOMID). Gli Stati Uniti considerano “KOMID” come uno dei principali trafficanti di armi nord coreani.

In totale, gli scambi commerciali fra il continente africano e la Corea del Nord avrebbero raggiunto la cifra di circa 200 milioni di euro nel 2016. Pesca, minerali e soprattutto armi continuano così ad alimentare in valute estere il fragile cordone ombelicale che permette alla Corea del Nord di sopravvivere alle sanzioni.

Le relazioni fra l’ Africa e la Corea del Nord sono rimaste costanti sin dalle guerre di indipendenza degli anni ’60 con il sostegno ai movimenti di liberazione pro comunisti.

Il sostegno di Pyongyang ad alcuni Paesi africani si è tuttavia trasformato negli anni. Le sanzioni internazionali hanno in effetti convinto alcuni regimi africani a sostenere discretamente la Corea del Nord, permettendole di aggirare le sanzioni stesse, adducendo come giustificazione la “lotta contro l’imperialismo occidentale”.
Su quei Paesi la Cina potrebbe fare pressione, ma non c’è rischio che lo faccia, visto che è fortemente implicata anch’essa in molti casi di commerci illeciti con gli stessi.

L’Ambasciata della Corea del Nord a Pechino sarebbe servita, secondo l’ ONU, a finanziare il trasporto di componenti di missili nord-coreani verso l’Egitto per il tramite della società cinese “BLH Global Cargo Co. Ltd”. Il commercio cino-africano è una buona copertura per i traffici di Pyongyang sul continente, come ha dimostrato l’intercettazione, nel 2016, di una consegna di armi cinesi e nord coreani a destinazione dell’ Eritrea.

L’ONU ha così denunciato il ruolo delle imprese cinesi che servono da copertura per il trasporto di carichi di armi a destinazione dell’Africa e ne ha citato diverse le cui sedi si trovano a Pechino ed a Hongkong.

La reticenza cinese ad applicare strettamente le sanzioni dell’ONU alla Corea del Nord è pertanto un assegno in bianco dato in mano a quei Paesi dell’Africa che trafficano impuniti. Ma Pyongyang resta un partner molto attrattiivo. Prima di tutto perché vende armi a chiunque e poi perché garantisce la formazione ed il trasferimento di alte tecnologie.

La Cina, la Russia, gli Stati Uniti, la Francia, l’Italia, la Germania – e chi più ne ha più ne metta – vendono senzaltro armi a chiunque, comprese le oscurantiste Monarchie del Golfo, ma non permettono ai loro clienti di produrre localmente le munizioni ed equipaggiamenti prettamente militari.
La Corea del Nord, invece, garantisce la vendita, la formazione e financo la produzione in loco. Il tutto a prezzi che sfidano ogni concorrenza e lontano dai “radar” della comunità internazionale.

E’ il commercio, la “legge del mercato”, signora mia e se illegale, se indossa le vesti di traffico di morte e di conseguenti, inevitabili catastrofi per l’umanità, dobbiamo prendercela prima di tutto con l’indifferente ossequio dei “grandi” che ci bastonano dall’alto e soprattutto con l’ignobile, criminale ricaduta su milioni di perseguitati, di profughi per fame o per guerra che noi, occidentali “civilizzati” – indolenti ed insipienti – rispediamo a morire nei lager libici, mentre i governanti dei loro Paesi d’origine – corrotti dittatori fino all’inverosimile – si proteggono nelle loro dorate dimore sotto l’ombrello “antiproiettile” dei loro “pigmalioni” dalle mani grondanti di sangue. Dagli occhi a mandorla o tondi che siano. Ma pur sempre assassini.