NON RASSEGNIAMOCI AD UN’ITALIA RAZZISTA

DI MARCO FURFARO

“A me non frega un cazzo se muoiono o stanno male. A me fanno schifo. Io sono nata in Italia, loro in Africa. Che ci restino, anche a morire. A me fanno schifo, che muoiano là, non voglio nemmeno vederli questi negri!”.

Supermercato, Roma. Mentre sto sistemando le casse di acqua nel carrello, sento una signora parlare in maniera concitata, quasi urlando, alla signora che serve piatti preconfezionati al banco. Capisco quasi subito che sta iniziando una scenata razzista. Quelle di sopra sono le sue parole. Inizio ad urlare pure io, sbagliando. Ma perdo la testa. Cavolo, capisco (o meglio, non lo capisco, ma almeno è una spiegazione) la rabbia per le bufale o le stupidaggini che vengono raccontate in televisione. Posso persino comprendere la rabbia se commenti uno stupro o un disagio. Ma qui siamo oltre, al razzismo puro, al pregiudizio etnico,

Perdo la testa, le rimprovero che ha un bimbo di 7-8 anni con lei e che gli sta insegnando la disumanità, la barbarie. Che se fosse stato per gente come lei questo Paese sarebbe ancora a gasare le persone e a tenere fuori dai negozi la gente per colpa della razza o della religione che professa. Nel mentre, un uomo che aveva visto tutta la scena con aplomb inglese, mi guarda rassegnato e mi dice: “qui abiti, che credi. Questo è il tuo Paese”.

Finita la scenata, non sono più riuscito a fare la spesa. Ero così arrabbiato che me ne sono tornato a casa.

Ieri sera, a letto, mi tormentavo. Quella scena non era nuova. Già sentita mille volte questa estate. Nei bar, in spiaggia, in montagna. Ma non riuscivo a calmarmi. Mi innervosivo persino del fatto che quella razzista mi aveva lasciato il nervoso addosso. Mi innervosivo per quel bambino, per come crescerà. Mi innervosivo pure per il fatto che mi toccava tornare a fare la spesa visto che poi non ho comprato più nulla.

Poi ho capito, non era lei che mi aveva scosso. Ma l’uomo. Ho rimesso a fuoco. L’ho ricordato perfettamente. Era con me. Nello spirito, nella testa e nelle idee. La schifava quella signora. Ma era rassegnato, come se fosse normale. Non dovevo prendermela, era inutile. Voleva dirmi “arrenditi, vivi meglio, questa oggi è l’Italia”. A quel punto, la tristezza ha sopraffatto il nervoso.

Non so se sia così. Ma so una cosa ancora più importante. Se in questo Paese c’è la democrazia, è perché c’è chi decise di non arrendersi, anche quando era minoranza. Ci sono momenti in cui è facile sedersi dalla parte dell’odio o del mutismo. Io vivo grato a chi non lo fece, prego ogni giorno per coloro che oggi fanno lo stesso. Non arrendetevi, perché la storia insegna che il passo successivo sono le guerre. E, adesso, rimpiango di non aver parlato con quell’uomo e di non aver detto a quel bimbo, magari dandogli una carezza, “ti salveremo noi, non preoccuparti”.